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È una vita che ti aspetto

È una vita che ti aspetto

Francesco, detto Checco, alla soglia dei trenta anni, conduce una vita che egli stesso definisce “normale”: laureato in Economia e commercio, lavora per una società di leasing, possiede una bici da corsa, una vecchia Vespa 50 ed una Golf 1.9 turbodiesel high line, fari allo xeno e tettuccio apribile. Vive in un bilocale – mutuo quindicennale al 7% di interesse Euribor – al secondo piano con vista sulla strada, completamente arredato, con tanto di frigorifero anni Cinquanta blu della Smeg. Francesco, però, non è felice e soprattutto non è una persona libera. Mentre è seduto, in sala di attesa, nello studio di Giovanni, suo medico da sempre nonché amico di sua madre dai tempi del liceo, c’è una ragazza che sfoglia distrattamente una rivista. Gli piace molto essere in luoghi in cui vi sono donne. Anche quando prende il treno, preferisce scegliere uno scompartimento in cui ve ne sia una, perché “le donne sono belle da respirare”. Giovanni lo ha spiazzato: non gli ha comunicato, come lui temeva, che sta per morire. Tutt’altro, gli ha detto che deve vivere. Ma cosa accidenti significa? Checco non ha idea di cosa sia esattamente vivere e non sa neppure come si faccia. Ad essere sinceri, però, conosce il suo vero problema: vive nella paura. Paura del domani. Paura di non essere mai all’altezza. Non c’è amore per se stesso nella sua vita, la sua realtà è fondata sull’effimero. Corre ed arranca da anni alla ricerca di un po’ di felicità, ma continua ad inseguire il piacere, confondendo i due sentimenti. È arrivato il momento di cambiare qualcosa, anzi, di cambiare l’intera sua vita, immediatamente, radicalmente. Ed è un desiderio più forte delle solite voglie di cambiamento, quelle che di solito sfoga tagliandosi i capelli o progettando un nuovo tatuaggio. Potrebbe cominciare dando un taglio al vizio del fumo, deve smettere di fumare sigarette e di farsi le canne. Sì, ora si sente pronto a salpare: ma in quale direzione?

Attingendo alla fonte dell’ironia, la stessa della quale Fabio Volo ha fatto il proprio marchio di fabbrica, si può azzardare che Francesco sia un po’ il fratello minore di Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, un fratello 2.0 un po’ più cialtrone, un po’ più provinciale ed un po’ più simpatico. Tutti e due si sentono malati, non riescono ad identificarsi con il mondo concreto, sono alla ricerca di una guarigione al loro malessere e ci provano imbarcandosi in molteplici tentativi, a volte assurdi o maldestri. E, ultimo ma non meno importante, entrambi sono in lotta continua con la sigaretta. A dir la verità, Francesco non fuma solo quelle, ma, si sa, i tempi cambiano. In ambedue i romanzi la narrazione, in prima persona, non segue un ordine cronologico, ma si articola in diversi snodi. Francesco, come Zeno, ha una relazione difficile con il padre, una relazione fatta di troppi silenzi; Zeno, come Francesco, ritiene di aver bisogno di una donna al proprio fianco e la ricerca con affanno, spesso con risultati improbabili. Tante sono le analogie tra i due personaggi, quindi, ma Fabio Volo non è Italo Svevo e probabilmente ne è consapevole, e se ne infischia. Peccato, perché questo romanzo, che altro non è che un lungo diario/monologo interiore, racchiude un potenziale comunicativo notevole, se non fosse che rimane sempre e solo potenza, appunto, senza convertirsi, se non in poche occasioni, in azione. Volo getta come esche parecchi spunti interessanti – uno tra tutti, il concetto di religione – ma poi li abbandona, non li approfondisce come ci si aspetterebbe. Anche dal punto di vista stilistico e linguistico, si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un autore ancora un po’ acerbo, che non utilizza o non è interessato ad alcuno stratagemma letterario e che solo nelle ultime pagine è in grado di regalare un’intensità di linguaggio che merita di essere sottolineata. La cifra stilistica dell’ironia, sebbene velata a tratti da una certa malinconia, rimane comunque il leitmotiv anche di questo secondo lavoro dello scrittore bergamasco che, se è vero che non mostra, o non è interessato a mostrare, fini capacità digressive, strappa sovente più di una risata al lettore.