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Ebano

Ebano

Ghana 1958. Dopo il grigiore londinese è la luce dirompente che ricopre ogni cosa a prevalere. Il caldo umido dei tropici colpisce all’improvviso. È ormai passato il tempo in cui i viaggi da un continente all’altro duravano settimane e permettevano alle persone di abituarsi gradualmente al cambiamento. Ora è tutto più rapido e la “gente del nord” (meno del 10% della popolazione terrestre) deve ambientarsi in fretta, gettare cappotti e maglioni, abituarsi ai nuovi odori. Mentre la gente del posto si muove con lentezza, a suo agio con l’ambiente, l’uomo bianco annaspa, suda, trema spaventato da ciò che non conosce. Risiedendo nel povero villaggio di Accra, con le sue case intonacate di giallo e verde, le strade mostrano la popolazione intenta in ogni tipo di attività: il traffico di auto e carretti di venditori, le donne che cucinano e vendono cibo, le grida e i gesti. Una Ford diffonde dall’altoparlante l’annuncio del comizio di Kwame Nkrumah-Osagyefo (1909-1972 rivoluzionario attivo nella decolonizzazione) e invita la popolazione. Ad Accra si trova la sede di Kofi Baako, ministro della Pubblica Istruzione e Informazione, a cui chiunque può rivolgersi e esporre i propri problemi. Nel suo ufficio abbondano i volumi di autori occidentali, inclusa l’Enciclopedia britannica, ha la passione della fotografia ed è un sostenitore di Nkrumah. Ad Accra anche la stazione degli autobus ha il suo stile, somiglia “all’accampamento di un grande circo di passaggio”, con musica e colori, i mezzi senza pareti per permettere la ventilazione, che è un bene inestimabile e se ne tiene conto nel progettare le case, sia capanne che abitazioni per i ricchi. Finestre, feritoie e bocche d’aria fanno la differenza. Gli autobus sono pieni di scritte, fanno tutte riferimento a Dio, l’essere supremo a presidio dei tre mondi cari agli africani: il mondo reale, quello degli antenati e quello degli spiriti. Presso la stazione i bambini vanno a caccia di viaggiatori e li conducono ai mezzi, in cambio avranno della frutta offerta dai conducenti. A bordo la differenza tra europei e africani è lampante, è il concetto di “tempo” a determinarla. L’europeo ne è schiavo, chiede a che ora si parte, ma l’africano è abituato all’attesa passiva, sa che partiranno solo quando l’autobus sarà pieno, che avvenga in pochi minuti oppure ore…

Ryszard Kapuściński (1932-2007) è un ispirato osservatore e non si limita a dettagli concreti e pratici, ma carpisce l’essenza degli uomini, i pensieri, l’indole. Dagli sguardi, dai gesti, dalle parole con cui si confronta crea una narrazione a tutto tondo che spazia dagli odori agli oggetti, dalla spiritualità più intima al caos disturbante di un mondo, quello africano, che ha imparato a capire e rispettare. Una cronaca oggettiva e allo stesso tempo ricca di sensibilità. “Il problema dell’Africa è sempre stato il contrasto fra l’uomo e l’ambiente, tra l’immensità dello spazio (più di trenta milioni di chilometri quadrati) e il suo indifeso, scalzo, indigente abitante”, un continente in cui un uomo solo non può sopravvivere, occorre la comunità, il clan (dei clan vengono spiegate nel dettaglio leggi e regole). Kapuściński ricorda la storia africana, dalla deportazione degli schiavi del XV secolo alla Conferenza di Berlino del 1883-1885, con la spartizione coloniale operata dagli europei, fino alla seconda guerra mondiale e alle lotte per l’autonomia negli anni ‘60. L’odiosa apartheid, gli scontri tra Hutu e Tutsi, l’avvento di terribili dittatori (come Amin in Uganda), l’inattività europea nell’agire in concreto. La maggior parte dei “neri perita in questo secolo non è stata uccisa dai bianchi, ma dagli stessi neri”, sono le guerre etniche il motore scatenante. Giornalista capace, scrittore instancabile, laureatosi a Varsavia ha dato prova fin dagli esordi di eccellenza e acume, e lo stato polacco lo premia con la Croce d’oro al Merito. Kapuściński ha rischiato la vita per seguire la sua strada e gli innumerevoli scritti prodotti sono il suo lascito per non dimenticare la fragilità dell’essere umano, le sue contraddizioni e la sua storia: “La storia è spesso il risultato di una mancanza di riflessione. È il frutto bastardo della stupidità umana, parto dello smarrimento, dell’idiozia e della pazzia”. Ma, oggi lo sappiamo, l’uomo difficilmente apprende dai propri errori e con infallibile costanza li ripete.