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Economia del malessere

L’emergenza epidemiologica in atto influenza solo in parte la necessità sempre più avvertita che i processi del capitalismo moderno si liberino dalle catene della moneta e del sistema finanziario, avviandosi verso una nuova economia postmonetaria, o meglio non monetaria, vale a dire un grande esperimento di rivoluzione sociale che potrebbe essere l’effetto di un metodo “eclettico” di affrontare l’emergenza sanitaria e che tenda a marginalizzare il ruolo delle istituzioni finanziarie, della Banca centrale europea e dell’apparato politico-amministrativo di Bruxelles. Del resto anche un sostenitore accanito del capitalismo come J. M. Keynes avrebbe senza dubbio calato la scure contro questa versione attuale. È il momento di dare spazio ad “una nuova mentalità”, che forte della flessibilità del sistema capitalistico, prenda consapevolezza del fatto che oggi il denaro è fondamentalmente inutile, del tutto estraneo ai reali bisogni dell’uomo. La politica, nazionale e sovranazionale, oggi più che mai, non dovrebbe limitarsi a reperire denaro che sostituisca il lavoro a tutti i costi, al punto da congelare per il momento i rigidi parametri monetari, i numeri del deficit di bilancio e del rapporto debito pubblico su PIL, binari delle politiche monetarie imposte dall’Europa ai Paesi membri. Oltre tutto prima o poi il terremoto sanitario passerà, e a quel punto bisognerà affrontare un debito pubblico schizzato al 160/170 per cento del PIL e soprattutto capire come reagire ad una posizione finanziaria nettamente peggiorata a causa del massiccio ricorso a politiche monetarie espansive. Il denaro, utilizzato per uscire fuori dalla palude, con la sua logica di debiti e crediti, torneranno ad affossare la società, rendendo elevato il rischio inflazionistico, ripristinando lo status quo ante ed impedendo il diffondersi di quel fattore di civiltà e progresso che può identificarsi in una distribuzione della ricchezza meno sperequata, nella reazione di fronte a manifeste ingiustizie, nel superamento del cinismo sistematico e deplorevole manifestato per le condizioni di una cospicua minoranza. Quale allora la via da percorrere nel breve e lungo periodo, soprattutto alla luce del diffondersi della peste moderna?

In proposito una riflessione la fornisce Pierangelo Dacrema, ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, che con il libro Economia del malessere, evidenzia l’errore prospettico delle politiche attuali, che puntano all’utilizzo massiccio di strumenti finanziari per fronteggiare la crisi sanitaria ed economica, dimostrandosi miopi e non riuscendo a percepire che il particolare momento storico potrebbe costituire l’occasione propizia per aprire una parentesi e sperimentare un sistema economico non monetario, di sopravvivenza, che avrebbe potuto “far parte del bagaglio per il futuro” favorendo un cambio strutturale di prospettiva. L’emissione degli eurobond (coronabond, per l’occasione), il ricorso al Mes (Meccanismo europeo di stabilità, il fondo salva Stati), la nuova creatura del Recovery Fund (il fondo abilitato ad emettere recovery bond), diventano solo terreno di scontro tra la dirigenza politica olandese e tedesca, contraria a farsi carico dei debiti di altri Paesi membri, e i sovranisti delle nazioni indebitate, come l’Italia, che censurano il mancato aiuto delle nazioni economicamente forti prendendone spunto per incoraggiare l’uscita dall’Europa. Oltre che dubitare della efficacia e tempestività dei provvedimenti finanziari, vorticosamente varati dall’Europa e dal nostro paese, l’autore con un linguaggio abbastanza divulgativo, anche se in alcuni passaggi non sempre accessibile, fa una serie di riflessioni sul tema, sotto angoli visuale differenti, descrivendo i costi occulti della moneta, che nient’altro è se non un oggetto sociale, la forma moderna del denaro. Si legge dell’occupazione apparente (con riferimento a tutte le occupazioni che non consistono in attività produttive in senso stretto, svolte da addetti alla manutenzione del denaro, alla contabilità, e che sono circa un terzo dei lavoratori di tutto il pianeta), della disoccupazione apparente (un concetto figlio della moneta, che riguarda soggetti capaci di fare qualcosa per sé e per gli altri e tuttavia esclusi dal circuito monetario) e infine delle motivazioni deviate (nel senso che per il lavoratore la remunerazione prende il posto della qualità del lavoro, diventando l’obiettivo primario, con una dequalificazione inevitabile del lavoro stesso). Del resto che la moneta sia più salvaguardata dell’uomo lo dimostra il fatto che molto di ciò che si produce e che comunque fa crescere il PIL, aumenta anche il malessere dell’uomo (e a questo proposito non può non tornare alla mente il discorso di Kennedy sulla reale ricchezza della Nazioni, tenuto nel ’68 all’Università del Kansas pochi mesi prima del suo assassinio). Il messaggio del prof. Dacrema, che costituisce peraltro il sottotitolo del testo, è che tutto andrà bene se nulla sarà come prima. Si imporrebbe la necessità di varcare i confini della moneta, diminuirne la sudditanza rispetto all’utilizzo, sperare in suo declino, sradicare questa vecchia abitudine, per una necessità sociale e per salvare il capitalismo. La sua proposta è che venga varata subito, a livello planetario, o comunque europeo, una moratoria di tutti i pagamenti in denaro in qualsiasi forma, cessare la contabilizzazione di debiti e crediti, eliminare la speculazione, i fallimenti e i licenziamenti, cristallizzare conti economici e stati patrimoniali individuali e societari. Si rifletta anche sul fatto che la Banca centrale europea ha il compito di mantenere il tasso di inflazione, che è il tasso di degrado del valore del denaro, entro il limite del 2 per cento annuo, mentre il tasso di disoccupazione, che è il tasso di degrado della società, può arrivare ad un dieci, dodici anche venti per cento della popolazione. Questo è l’effetto della “concezione tolemaica” del denaro. È importante ricordare ciò che affermava Kant, ossia che non sono gli uomini a doversi adeguare agli oggetti, a compiere il proprio moto intorno ad essi. E ciò vale anche per il denaro. Ma tutto questo è solo una speranza, forse una follia, ritiene Dacrema. Neppure l’emergenza epidemica ha spinto la classe dirigente politica a cambiare il corso degli eventi, a rendersi conto che così come la civilizzazione, anche l’economia è prospettiva (riprendendo P. Valery).