La critica letteraria indipendente deve essere: competente, generosa, trasparente, praticamente amatoriale. Cioè, in altre parole, semplicemente autonoma. Il mecenatismo è un sogno classico e modernissimo (Marinetti cos’altro era, Feltrinelli cos’altro è stato se non questo, un mecenate sconsiderato, uno scialacquatore instancabile, un esagerato) però il mecenatismo, ammettiamolo, è un superbo incidente della storia. Il mecenatismo è soltanto un episodio. Peraltro spesso è un episodio equivoco. L’autonomia invece è e rimane povera e bellissima. Che senso ha l’indipendenza? Che senso ha l’amatorialità? Sono tutte matrici di libertà, di equidistanza, di sincerità. Di veracità. Di veridicità. Credo che senza veracità, libertà ed equidistanza non abbia senso scrivere critica letteraria. Credo che senza dilettantismo non possa esistere, se non in casi rapsodici, veracità. Forse non vale soltanto per la letteratura, per la critica letteraria e per certa elegantissima editoria.
Una delle cose più detestabili della mia generazione – mi sbilancio: della nostra, dove per “nostra” intendo dei nati negli anni Settanta e Ottanta – è stata scoprire, sul campo, quanto falsa, sleale e pilotata fosse (tendenzialmente, si capisce!) la comunicazione e la critica letteraria, dal favoloso quotidiano serotino milanese in giù. Che choc per noi, ventenni o poco più, è stato accorgerci che tanti articoli di tanti quotidiani e tanti periodici erano poco più che réclame, scambi di favori, restituzioni di investimenti pubblicitari in forma pubbliredazionale (eh già...), marchette, strizzatine d’occhio, palpatine. Che fastidio scoprire quanti e quali erano i legami, a volte tutt’altro che sotterranei e nebulosi, tra certi scrittori e scrittrici ‒ naturalmente seriali e prolifici ‒ e certe testate o certi critici di fiducia. Che stanchezza accorgersi infine che la cosa più bella era starsene per i fatti propri, in mezzo ai propri vecchi amici superstiti, a parlare con trasporto, magari sbraitando o sbracandosi un po’, di ciò che merita e di ciò che non vale niente, additando i libri finti per ciò che sono – libri finti: carta straccia – e gli editori mediocri per ciò che sono – pezzi di plastica, codici fiscali, codici ean – e i pochi libri veri per ciò che sono: linfa, pane buono, manna, panacea.
Ecco: una cosa che posso garantire a chi mi legge sul “Mangialibri” diretto dal mio amico David Frati, monteverdino assoluto, è che qui vi parlo come parlo con Ian Degrassi o Marco Fressura o Patrick Karlsen o Marco Polverini. Vi parlo, magari sbagliando, magari ferendo qualche sensibilità, magari irritando, guardandovi tutti dritti negli occhi, berciando, sbuffando, sbarrando gli occhi, allargando le braccia, mimando qualche azione senza scuotere troppo il tronco (altrimenti divento un clown, e cioè ciò che in fondo sono) e aggrottando la fronte. Vi parlo trattandovi come adulti e come apoti – cioè come quelli che non se la bevono più. Se una cosa vale, se ci credo, se so riconoscerla e classificarla nella storia, recente o meno, delle patrie lettere, e se so posizionarla nell'editoria contemporanea, vi dico tutto. Se non vale, col dovuto rispetto, io la faccio a pezzi.
No, non si può fare così dappertutto. No, bisogna stare molto attenti a questo ambiente. Esatto, se vi guardate intorno siete circondati di figurette molto beneducate, sussiegose, tutte compite. Un mio vecchio amico direbbe che stanno “con la boccuccia a culo di gallina”. Ecco, quelli sono l’inconfondibile claque di questo strambo circo (di questo freak show, di questo teatrino delle marionette) che chiamiamo editoria italiana. Esatto, se vi guardate intorno siete, siamo, per lo più circondati da personaggi un po’ così, naturalmente innocui, presuntuosissimi certo ma innocui, inermi, minuscoli, che a forza di carezze, tenerezze e abbracci sono arrivati sul quotidiano serotino milanese, su ciò che rimane del sogno di Feltrinelli, sul quotidiano palazzinaro romano, sul quotidiano un tempo diretto dal burbero toscano (consigliato dall’oscuro e indecifrabile dalmata), e stanno lì, questi figuranti, a occupare spazi, a pontificare, a celebrare gli amici degli amici, a fare a cambio di favori. Stanno lì a mantenere in piedi questa baracca finta dal tetto alle fondamenta, a dare patenti di qualità e di eternità a cartapesta che tra due anni neppure ricorderete d’aver sfogliato. Stanno lì e rovinano tutto.
E siccome non c’è modo di rovesciare questo circo, allora è proprio bello restarsene a un certo livello. Là dove è possibile essere veraci senza essere licenziati o richiamati all’ordine. Là dove è possibile criticare senza cattiveria, ma con esattezza. Là dove è possibile confrontarsi e dialogare. Là dove è possibile alimentare ancora questo amore assurdo e sconfinato che ogni letterato ha per la letteratura. È un amore che si nutre di verità, di saggezza, di bellezza. Di poche cose splendide e pesantissime.
La critica letteraria indipendente deve essere, si diceva: competente, generosa, trasparente, praticamente amatoriale. Cioè, in altre parole, semplicemente autonoma. Magari ci fosse un professionismo, o un semiprofessionismo, capace di sintetizzare regolarmente – non episodicamente: sempre – queste caratteristiche. Forse c’è stato. È sparito. Sta sparendo. Boccheggia. In questi anni Dieci di questo secolo oscuro la situazione è questa qui: teniamo vivo il fuoco della nostra passione e della libertà di giudizio là dove non c’è denaro e non c’è lusinga e non c’è contratto che corrompa, incida o corroda. L'anarchia è bellissima e tanto fragile. Questa sua fragilità me la rende più cara. Caro David, hic manebimus optime. Nec plus ultra. C’è soltanto qualcosa più indietro, e sono quattro lire a battuta e un ufficio stampa che ti chiede “ti prego, trattamelo bene”. Ma va’...