Bleah! Che schifo i megastore del libro, sono freddi come supermercati, sono templi delle multinazionali, mi danno i brividi, gesù. Vuoi mettere le piccole librerie? Lì sì che ti senti coccolato, che ti danno consigli cuciti su misura, che trovi i libri giusti per te. Sì, come no. Se cerchi il diario delle Winx, forse.

È ora che qualcuno abbia il coraggio di dire che sono tutte cazzate, e che la figura del libraio-artigiano che cura i suoi clienti come un giardiniere fa con le sue rose non è che sia in via d’estinzione: è estinta da un pezzo. Ok, lo so già state per ingolfare la mia casella e-mail con testimonianze vibranti sulla professionalità di questo o quel simpatico libraio di fiducia, ma dovete arrendervi: sono casi isolati. Fortunati, magari, benedetti, certo, beati voi, e chi lo nega: ma isolati. Isolatissimi.

Vi faccio un esempio concreto. Sono nato e vivo in un quartiere romano che si chiama Monteverde. Uno sputo più in là di Trastevere (o come dicono i cravattoni gialli delle agenzie immobiliari, semicentro), circa 150.000 abitanti, al massimo 15 librerie (escludendo qualche chioschetto o negozietto dell’usato, ma quella è un'altra storia). Anche se - diciamolo - chiamarle librerie è una forzatura: per sopravvivere (sì, perché per sopravvivere a una libreria di un quartiere medioaltoborghese della capitale d’Italia non basta un bacino d’utenza di di 10.000 clienti potenziali a negozio) le botteghe 'artigianali' di cui sopra devono vendere libri scolastici, penne, astucci, gomme da cancellare, peluche etc etc.

Come dite? I libri? Ah, sì: pile di codicidavinci, camillerini blu, violette, cacciatoridiaquiloni, sfumature, diaridischiappe e vampiri teenager. Una cinquantina di titoli ad essere molto, molto, molto buoni. Tipo che al supermercato c’è una selezione da intellettuale di frontiera, al confronto (con il 15% di sconto, NB). E se lo sprovveduto cliente chiede al nobile libraio-artigiano un titolo un po’ più ricercato? Si sente invariabilmente rispondere: possiamo ordinarlo, torni la settimana prossima. E la settimana prossima: non è ancora arrivato, ripassi. E la prossima ancora: è esaurito. Peccato che non sia vero, e che di ordinare un libro dell’editore vattelapesca questi se ne fregano, che vai a telefonà ar distribbutore pè guadagnà du euri?

Peccato che invece il megastore del centro o quello - eresia! - del coattissimo centro commerciale extra-urbano il titolo in questione ce l’abbia eccome, e ne abbia anche tanti, tantissimi altri. E che tu possa ivi dare una letta in anteprima a tutto quel ben di dio seduto in comodi e trendissimi spazi-caffè con riviste letterarie omaggio e musica jazz in sottofondo, che fa tanto chic. E che spesso (ma non sempre, per carità: anche lì hai voglia a magagne!) il personale dei megastore sia più cortese, più informato e più attento. Perché magari si tratta di giovani precari con la passione per i libri, che pur di lavorare in libreria accettano salari da fame e orari da sturbo, certo, ma anche questa è un'altra storia.

I megastore uccidono la concorrenza, si dice. È vero. Ma è anche vero che mediamente offrono un servizio migliore al pubblico. Anche se nessuno ha il coraggio di dirlo e tutti si limitano a reiterare le solite menate politically correct. Mi piacerebbe sapere da quand’è che quella tipa che ieri a cena decantava le piccole librerie di periferia e schifava i megastore del centro non entra in una libreria. Per comprare, eh: non solo per curiosare.