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La letteratura non è una casa, è un labirinto

I sopravviventi è il romanzo d’esordio di Girolamo Grammatico per la nuova collana Unici di Einaudi. Lo scrittore Dario Voltolini ha recensito il libro per DoppioZero scrivendo una lettera aperta all’autore. Nella recensione, dai toni appassionati, Voltolini riscrive un brano del libro offrendo una prospettiva diversa all’autore. Qui di seguito, in esclusiva per Mangialibri, potete leggere la risposta di Girolamo Grammatico e scaricare il capitolo 8 del libro in cui si trova il brano riscritto.



Caro Dario, (posso iniziare così questa risposta?) la tua lettera mi ha scosso. Sai perché? Perché mi poni domande che speravo sorgessero nel lettore, ma che non immaginavo mi travolgessero in questo modo se rivolte a me con tale impeto.

La tragedia silenziosa dei senza dimora in Italia, esposta in un recente report della Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora rivela una realtà spesso ignorata. Nel 2023, 415 persone hanno perso la vita in condizioni di estrema vulnerabilità, un aumento rispetto all’anno precedente. Questi numeri, tragicamente in salita anche all’inizio del 2024, mettono in luce un problema sistemico, spesso nascosto agli occhi della società che poi, a dirla tutta, siamo noi, la società. La situazione a Roma, come illustrato spesso dalla Caritas, evidenzia ulteriormente la complessità della questione. Persone di tutte le età e i background si trovano senza casa a causa di circostanze diverse: dalla perdita del lavoro a rotture familiari, dimostrando che la povertà non ha un volto unico, ma ha un legame con il quotidiano di tutti e tutte. I dati dell’Istat confermano questa realtà: con 5,6 milioni di persone in povertà assoluta in Italia, di cui oltre 96.000 senza tetto. La mancanza di conoscenza e comprensione di questa crisi contribuisce a una distanza emotiva dalla realtà dei senza dimora. Questa distanza si traduce in una mancanza di empatia e altruismo, fondamentali per affrontare il problema. Non si tratta solo di offrire un pasto o una coperta; è necessario un cambiamento più profondo nelle politiche e nelle attitudini sociali, rivedere la trama di valori che intesse le nostre relazioni in tutte le forme che ci vedono coinvolti, dalle quelle istituzionali a quelle private. Le morti dei senza dimora avvengono durante tutto l’anno, smentendo il mito che il freddo sia l’unica minaccia. La violenza, gli incidenti e i problemi di salute sono le principali cause di morte, dimostrando che la vita in strada è pericolosa in ogni stagione, oltre che ingiusta. La vera compassione richiede di riconoscere ogni persona senza dimora come un individuo unico con specifiche esigenze e storie, ma soprattutto con risorse e potenzialità. Politiche efficaci dovrebbero includere l’alloggio stabile e il supporto a lungo termine, andando oltre le soluzioni temporanee e stagionali. Progetti come l’housing first hanno dimostrato di essere efficaci, ma restano ostacolati da carenze abitative e burocrazia spesso sterile. Per ridurre la distanza emotiva e promuovere un senso di comunità, è fondamentale aumentare la consapevolezza pubblica. Le iniziative di sensibilizzazione dovrebbero mirare a educare la popolazione sulla realtà dei senza dimora, smontando stereotipi e pregiudizi. Solo attraverso una comprensione profonda delle storie di queste persone (che io preferisco chiamare impoveriti, piuttosto che poveri) e un’empatia autentica, la società può sperare di affrontare efficacemente la crisi umanitaria dei senza dimora, riaffermando i valori di altruismo e compassione. Ma io non sono un politico, non sono un sociologo e non sono più un operatore sociale. Come i “senza” dimora, sono “senza” tante qualifiche “importanti”. Però sono un cittadino, sono un padre e credo nella letteratura come possibilità. Come i “senza dimora” ho delle abilità in cui mi identifico e che spero siano riconosciute come il contributo che posso portare in società. Nella tua lettera, mi proponi una sfida, che raccolgo e rilancio.

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In una mano teneva un sacco nero per l’immondizia, di quelli grandi che ci puoi infilare dentro il cadavere di un bambino. Il sacco sembrava arrotolato attorno a qualcosa. L’operatore aveva sempre occhi dappertutto quando si muoveva per i corridoi, cercava costantemente i nostri sguardi. Era impossibile evitarne il contatto visivo, ti ricordava che lui ti vedeva, ti osservava, in particolare nei bagni, dove aveva la stanzetta con tutti i vestiti usati e accuratamente selezionati da lui – che vestiva come un meccanico hippy – e con i prodotti della toilette che centellinava manco fossero provviste per naufraghi. L’operatore avanzava a passo lungo e con la testa bassa. Forse perché voleva essere ignorato. Ma come lo ignori uno che ti fissa ogni volta che lo incroci?

Quel sacco nero era ambiguo. Lo allungò a un soggetto appena arrivato. Quelli accolti da poco ricevono sempre di più degli altri ospiti, per farli sentire a casa, per dargli una spinta, una motivazione. Passai davanti alla sua camerata e lo guardai srotolare il sacco nero. Parlottai un po’ con il soffitto, lui alzò lo sguardo, mi vide e mi ignorò, io rivolsi qualche smanceria alla mia pipa. Avevo trovato tanti mozziconi pieni di tabacco davanti al bar della stazione e oggi era bella piena come una cornucopia. Il tipo nuovo estrasse una camicia gialla: sembrava nuova. Una bella camicia, non c’è che dire. L’hippy vestito da meccanico poteva ancora stupire. Feci dietrofront e tornai nei bagni. Mi avvicinai all’operatore. Lui sospirò appena, voltandosi dall’altra parte.

- Non ce l’avresti un bel gilettino per me?
- Oggi non è il suo giorno di distribuzione, signor Teo.
- Uno di quelli a quadrettini piccoli e con tre tasche.
- Se ne do uno a lei adesso, vorranno tutti qualcosa.
- Se possibile lo preferirei più grande di una o due taglie così posso metterlo sopra il maglione.
- Mi scusi signor Teo, c’è un’emergenza.
- Prego, prego.

C’era sempre un’emergenza più emergenza delle altre. Parlai un po’ con la mia pipa che mi rispose in un perfetto francese. Sorrisi, mentre l’operatore fissava qualcuno dentro al bagno. Manco lì si poteva stare tranquilli con quello in giro. L’emergenza erano i suoi occhi puntati fissi su di noi.

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Tu, caro Dario, parlando del mio romanzo dici che una testimonianza non vale l’altra (lo sanno bene i giudici), ma è pur vero che la mia è una testimonianza privilegiata. Che, per quanto affidabile, resta sempre lo sguardo di uno che dalla finestra del suo appartamento sicuro osserva un furto in strada (e che al massino scende a consolare la vittima e a dare una descrizione dello scippatore). Ho provato a riscrivere il brano che citi dal punto di vista del signor Teo, uno dei tanti senza dimora che ho incontrato. Che ne pensi? Può avere valore la sua testimonianza? Il suo sguardo su di me? Io credo di sì, perché è quello che manca per una consapevolezza autentica: lo sguardo degli oppressi. Ma se gli oppressi non possono raccontarlo? E qui veniamo al nodo della questione che (mi) poni. Che potere ha la letteratura sul mondo? Sulle visioni del mondo? Ce l’ha un potere? Davvero le storie possono cambiare qualcosa o qualcuno? Da quanto se ne dibatte? C’è chi dice di sì e porta esempi, studi e prove a supporto, e c’è poi chi è nella posizione opposta e sul piatto mette una sola questione: quante storie ha prodotto l’umanità e dove l’hanno portata? Il fatto è che nessun romanzo ci condurrà mai dove non vogliamo andare. Quando un libro ci tocca profondamente e ci porta anche ad agire è perché eravamo già in quel futuro prima ancora di arrivarci leggendo. In quei casi è avvenuto un incontro non concordato. Come sostiene Pereira: «La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità», e tu, con le tue riflessioni, mi poni dilemmi filosofici ancor prima che letterari.

Le vite raccontate ne I sopravviventi sono vite di persone, ma una volta finite nel libro diventano di personaggi che vivono in un altrove difficile da definire. È compito del lettore decidere il profilo di questo altrove, né io né te avremo potere su questo e neanche i personaggi del libro, i quali, gridando giustizia dalle mie pagine, perdono e acquistano voce in modo incontrollato e incontrollabile. La letteratura non è una casa, secondo me. È un labirinto. Alcuni amano perdersi, altri si ritagliano un simulacro di casa in uno dei suoi vicoli ciechi. Alcuni si organizzano in clan e altri ancora non vogliono neanche tentare la sfida. Nel frattempo il labirinto si muove, cambia, esonda esponenzialmente alimentato dalla polisemia delle infinite prospettive. E chi costruisce il labirinto? A mio parere, coloro che vi si sono persi sono gli stessi architetti. E più si perdono (ci perdiamo) e più il labirinto prende nuova forma e si sviluppa. Il mio libro è un invito a perdersi in questo labirinto, a esplorare i suoi sentieri nascosti e, forse, a trovare una parte di sé che era rimasta inesplorata fino a quel momento. Questo, caro Dario, credo sia il potere della letteratura: non solo di mostrare il mondo (o una parte di esso), ma di aiutarci a riscoprirci in esso. Le provocazioni di libri come il mio o le provocazioni delle tue domande sono altri racconti che si perdono nei server sotterranei di altri privilegiati. Quello che a mio parere può fare il mio romanzo nel suo vagabondare tra la moltitudine di storie è provare a nutrire il labirinto della letteratura con lo scandalo, piccola trappola per il viandante sicuro di essere vicino all’uscita.

Girolamo Grammatico