Fosse ancora vivo, Theodor Adorno penserebbe di me che sono un povero coglione. Il severo filosofo tedesco, si sa, battezzava come “intrinsecamente degradati” i prodotti dell’industria culturale. Tutti, senza eccezione: anche quelli che oggi consideriamo giocattoli elitari, come la musica jazz o il cinema d’autore o i romanzi di Philip Roth. E uno che giudicava la cultura di massa una barbarie senza possibilità di redenzione, cosa potrebbe mai pensare di chi addirittura rivendica il diritto alla bulimia in letteratura? Appunto.

I nostri colleghi che recensiscono musica e cinema questa guerra l’hanno già combattuta e stravinta da decenni. L’urlo liberatorio del ragionier Fantozzi “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!” è diventato - al di là dei meriti e dei demeriti del compianto compagno Ėjzenštejn - uno slogan potente, un manifesto estetico e culturale, un luogo comune dell’immaginario collettivo. Le liturgie dell’impegno a tutti i costi, del “senso”, del “messaggio” sono state spazzate via. Si è fatta largo a colpi di citazionismo pop una generazione di critici graniticamente convinta che i B-movies o i blockbuster fracassoni vadano analizzati con la stessa serietà “tecnica” riservata alle opere dei maestri del cinema. Non è un fenomeno sotterraneo, lo sport di reietti o di un’avanguardia rivoluzionaria: nuovi salotti si sono popolati, ma in questi gli intellettuali siedono sul copridivano di “Star Wars”. Il cerchio tra le produzioni dal basso e la critica ufficiale si è chiuso: Marco Giusti scrivendo del film “Italiano medio” di Maccio Capatonda chiosa sulla scorreggia più lunga mai sentita nel cinema italiano come analizzerebbe un piano-sequenza di Theo Angelopoulos.

Mangialibri è nato nel 2005 con questo spirito, con questa missione. No, non quella delle scorregge. Quella di abbattere il muro tra narrativa “alta” e “bassa”. Kitsch, camp o trash sono categorie estetiche liquide, da rinegoziare continuamente. Lo snobismo, l’autoreferenzialità e il pregiudizio (nel senso etimologico di “giudizio a monte”) sono i nostri nemici, da sempre. Mangialibri è pop, popolare, talvolta popolano. Nel pluripremiato film “Philomena” diretto da Stephen Frears nel 2013, l’umile donna delle pulizie irlandese interpretata da una fenomenale Judi Dench “ammorba” l’arrogante giornalista che la sta aiutando a rintracciare il figlio strappatole decenni prima dalle suore con lunghissime e naif descrizioni di libri romance, libri che lei divora con entusiasmo e dei quali vorrebbe ingenuamente consigliargli la lettura. L’uomo, interpretato da Steve Coogan, sopporta con un sorriso imbarazzato, annuisce con l’aria paternalista di chi la sa lunga, cambia discorso.

Non riesco a non amare la gioia di leggere della signora Philomena. Di più: la condivido, è anche la mia.
Non riesco a non disprezzare il disprezzo del coprotagonista: il suo non è buon gusto, è razzismo.
Non posso farci niente. Sanculotto, e me ne vanto.