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E’l modo ancor m’offende

E’l modo ancor m’offende

Il suo nome è Francesca da Polenta. Da secoli il mondo parla della sua – della loro – “colpa” (“amor condusse noi ad una morte”). Nessuno mai considera l’uomo che l’ha uccisa, il suo gesto criminoso. Si è sposata giovane, Francesca, per volere del padre. Ceduta a Gianciotto, signore di Rimini, al pari di un oggetto, di una proprietà. Chissà cosa ne è stato della loro bambina, Concordia, quando Francesca è morta. Perché Gianciotto l’ha uccisa, per tradimento. Per aver baciato Paolo, suo cognato, per averlo amato... Maria Cristina incontra Carlo in teatro. È più giovane di lei di sette anni, praticamente un ragazzo, ma questo non sembra un ostacolo. Hanno una relazione felice, decidono di andare a vivere insieme e poi di sposarsi. Che “quando si è tanto felici non si pensa mai che poi le cose possano andare male”... Marianna ha 32 anni quando muore per mano del marito. Quel marito che aveva finalmente trovato il coraggio di lasciare dopo aver sopportato violenze, minacce e umiliazioni per tre lunghi anni. Pensava che lo Stato l’avrebbe protetta. Ma lo Stato ha affidato i tre figli della coppia al padre. Nonostante le dodici denunce e le minacce di morte. Saverio le ha mostrato un coltello a scatto, le ha detto: “Io con questo ti ucciderò”... Alice è morta. La bara del marito è posta di fianco alla sua. È quasi oltraggioso il fatto che Simone riposi di fianco a lei. L’ha uccisa, poi ha ucciso sé stesso per sfuggire alle conseguenze del suo gesto. Alice era convinta di aver trovato il suo principe azzurro, ma “le favole non esistono”. Simone era geloso di Alice e sempre più possessivo. “Ci tiene a te”, le dicevano...

È una voce “leggendaria”, quella di Francesca da Rimini, ad aprire questa nuova fatica di Maria Dell’Anno, scrittrice, giurista e criminologa, che molto ha già scritto e pubblicato sul tema della violenza maschile contro le donne e sul femminicidio. Undici brevi narrazioni modulate in prima persona e riunite sotto un evocativo titolo dantesco (Inferno, V, 102) a testimoniare un’offesa immutata nei secoli. Quella che accomuna Maria Cristina Omes e Marianna Manduca, uccise a coltellate. Alice Bredice, uccisa con un colpo di pistola. Barbara Cicioni, incinta, picchiata e soffocata dal marito. Giulia Galiotto, uccisa con sette colpi di pietra alla testa e gettata nel fiume. E le molte altre vittime che seguono in questa amara sfilata. Maria Dell’anno raccoglie e rielabora sentenze, stralci di stampa, documenti, testimonianze rese dai familiari delle vittime ed esperienze personali – è stata spettatrice diretta dei processi relativi alla morte di Giulia Ballestri, uccisa a bastonate dal marito il 16 settembre 2016 a Ravenna: a lei è dedicata una lettera, che confluisce nel libro come testo finale. Cambia di volta in volta la modalità del crimine, resta l’urgenza e l’infinita tragicità di un problema culturale e collettivo ancora sottovalutato. Restano la giustizia sommaria, i pregiudizi, i luoghi comuni. Dell’Anno realizza un omaggio sentito, che abbraccia tutte le donne vittime di violenza e intende ridar loro la voce che la violenza degli uomini – gli stessi uomini “che dicevano di amarle” – ha condannato al silenzio. Donne colpevoli solo di troppa, malriposta fiducia. In vuote promesse di cambiamento. In una società che le giudica, che ancora osa parlare di raptus, amore, passione, onore. In un sistema che non le ha tutelate. Sembra assurdo, ma occorre ancora parlarne. Nella speranza che storie simili non si debbano leggere mai più.