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El Palomar

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La Plata, la città delle diagonali, così chiamata per il particolare tracciato delle sue strade che disegnano una scacchiera a rombi, si trova a circa cinquanta chilometri a sud di Buenos Aires. El Palomar, la piccionaia, è uno dei suoi quartieri più periferici e che conta due squadre di calcio in perenne competizione: L’Estudiantes, i cui tifosi appartengono generalmente al ceto medio e il Gimnasia y Esgrima, seguita principalmente da tifosi di estrazione popolare. La battaglia sul campo si sposta spesso e volentieri fuori dallo stadio, trasformandosi in lotta politica e sociale. Nel quartiere popolare di El Palomar sono attive molte agenzie private di noleggio auto con conducente, le remiserías, nelle quali convogliano molti giovani in cerca di un’occasione, di fortuna o solamente per sbarcare il lunario. Microcosmi nei quali i nomi di battesimo si scordano presto, sostituiti da altrettanti che calzano come identikit. Siamo, dicono in coro, il Maglietta, lo Svitato, lo Smilzo, Pisello, il Pompy, il Maledetto. Ogni giorno è come una nascita al mattino e, a volte, una morte la sera. Mentre si aspetta la grande occasione, forse quella promessa dall’Avvocato, ci si affida al santo Gauchito sperando che faccia vincere il Gimnasia, si balla la cumbia villera e si rincorrono i concerti rock dei Los Redondos, sempre che la pula non ti spacchi qualche osso prima di riuscire a entrare. E poi ci sono le sbarbine che ti fanno innamorare. Sorridono e ancheggiano e ti promettono la felicità se saprai seguirle mentre rincorrono quell’occasione d’oro che farà uscire tutti loro da quello schifo di vita, di lavoro, di guerra quotidiana che è El Paolmar…

Romanzo brevissimo, El Palomar è anche un racconto corale nel quale però le singole voci si trasformano in un unico suono che è anche un grido di battaglia, che sia dentro allo stadio El Bosque o sulle strade di La Plata, guidando sulle per le vie deserte immerse nella notte. Piccoli viaggi che sembrano continui tentativi di fuga, come quelli che si farebbero dal Canada, termine gergale negli ambienti della malavita per indicare il carcere. Il bestiario raccolto da Magallanes è quindi una sorta di popolino predestinato alla sconfitta, perché anche chi ce la fa sale di un gradino una scala che è ben al di sotto del successo. Tutti, ragazzi e ragazze, militano nelle cosiddette barras bravas, fazioni di ultras che negli stadi accendono le lotte manovrate poi dai politici e cercano lavoro nelle agenzie di noleggio auto come se questa fosse l’unica alternativa e il predestinato limbo dentro al quale tutti devono annaspare al ritmo della cumbia villera, in attesa di un’occasione che spesso si rivela un’esca con dentro un amo appuntito. La trama, ovvero la descrizione di tante piccole vite miserabili al servizio di altre vite più ricche, diventa la forma ideale, il contenitore più adatto da riempire con il linguaggio perfetto e che dà il ritmo alla narrazione. Una sorta di lingua nuova, un’evoluzione del lunfardo, gergo nato nei bassifondi di Buenos Aires, plasmato dalle nuove generazioni dei giovani e adattato alle loro esigenze. Durante la lettura, non si può quindi non prestare attenzione al lavoro importante che il traduttore avrà necessariamente dovuto intraprendere per trasformare il linguaggio originale in un’altra lingua altrettanto sperimentale.