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Elaborate forme di solitudine

Elaborate forme di solitudine

Andrea è un ragazzo adorabile, un bravo studente e grande appassionato di filosofia e letteratura. Ha quasi diciotto anni, o forse sarebbe più corretto dire “aveva”. Le fioriture di primavera, ad anticipare l’arrivo dell’estate, preannunciano il risveglio della città mentre Andrea, al contrario, vegeta in uno stato di profonda incoscienza. Da circa sette mesi si trova in coma, non ricorda nulla di ciò che è successo. È però consapevole dello stato vegetativo in cui si trova, intrappolato in un corpo devitalizzato. La sola traccia che è in grado di rievocare alla memoria è una passeggiata domenicale con il padre. Stava camminando per strada quando improvvisamente è calato il buio più fitto. Andrea è vittima di un brutale incidente oppure di una grave amnesia? Ma soprattutto ora, ridotto in coma, con chi può prendersela? Con Dio forse? “Dio se ne sta lì, che deve fare? È giusto così […] anch’io farei così: aprirei la finestra, mi appoggerei con i gomiti al davanzale e guarderei quello che succede nel creato”. Luana Costa è una donna piacente, elegante ed affascinante. I dottori del Sacro Cuore ne sono sedotti e vorrebbero poterle dare notizie migliori, offrendole così una verità più dolce dell’amara realtà: il coma di suo figlio è irreversibile. La vita di Luana scorre inconsolabile nell’attesa di un miracolo. Sul pianerottolo di casa le capita spesso di incrociare l’architetto che lavora nello studio di fronte, un giovane alto e magro, all’apparenza goffo ed impacciato. Inspiegabilmente tra loro, pur non conoscendosi, si stabilisce “una sorta di intesa”. Gipo, raggiunta la soglia dei trentasette anni, si chiede cosa abbia sbagliato nella vita. “L’inazione era la sua condizione naturale e procrastinare per lui era ormai una pratica costante”. Brillante, talentuoso e laureato con lode, Gipo non nutre grandi aspirazioni, difficilmente prende l’iniziativa, preferisce “assistere alla propria stessa vita” restando ad osservare in disparte. “La domanda è: ci si può considerare davvero vivi se ci si limita a osservare la vita degli altri?”…

“La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista” disse una volta Bernardo Bertolucci, noto regista e sceneggiatore italiano. Questo è il sottile filo conduttore, l’asse portante intorno al quale gravita il nuovo romanzo di Tony Laudadio. Lo scrittore casertano ma di origini liguri, è un attore di cinema e teatro formatosi alla “Bottega” di Vittorio Gassman. Musicista per vocazione, autore di opere letterarie e vincitore del Premio selezione Bancarella 2019 con Preludio a un bacio, Laudadio torna in libreria con Elaborate forme di solitudine, un racconto nuovo seppur affine ai precedenti per le tematiche affrontate. La narrazione alterna punti di vista tra loro complementari. Il passaggio da una sequenza narrativa all’altra sottolinea differenti scelte espressive. Andrea, quasi diciottenne, è l’unico personaggio a raccontarsi in prima persona e ad avere una conoscenza illimitata di ciò che accade attorno a lui, di ciò gli altri personaggi provano e percepiscono, “le loro rinunce o le vittorie, le delusioni o le illusioni, i loro successi e la loro rabbia. Sono onnisciente e nessuno lo sa”. L’uso del corsivo dà voce ad un flusso ininterrotto di angosce e preoccupazioni. La scrittura è semplice, il ritmo narrativo godibile. Andrea è “l’onnipotente impotente” sospeso tra i vivi e i morti. Il suo è un punto d’osservazione privilegiato e insolito. La coerenza nella successione di fatti e personaggi (sebbene talvolta qualche coincidenza di troppo rischi di risultare banale, togliendo suspense al racconto) rende facile la lettura, la comunicazione immediata e quasi confidenziale. Connessioni disegnate pagina dopo pagina che si palesano al lettore senza alcuna difficoltà. Luana prova ad affrontare un grave trauma aggrappandosi con forza a routine stabili e collaudate, oscillante tra il dolore emotivo e il rinnovato desiderio di ritrovare se stessa. Clemente riempie il vuoto delle sue giornate parlando con la moglie defunta, impegnandosi in attività sociali per non perdere il contatto con la realtà. L’ingenua Alessia combatte ogni giorno con un passato irrisolto, l’ansia pervasiva e problemi di socializzazione. Gabriella e Luca vivono una relazione sempre più tossica, la loro dipendenza affettiva rischia di diventare morbosa, limitando pericolosamente l’autonomia di entrambi. Gipo passa le sue serate a contemplare i mondi altrui. Non è un banale guardone, non conosce le famiglie che osserva e non è mosso da istinti sessuali. Un personaggio forse già da tempo visualizzato nella mente dell’autore che, raccontandosi proprio a Mangialibri in merito alle sue prossime aspirazioni letterarie, affermò: “Mi piacerebbe pensare a uno sguardo quasi impersonale, come filtrato da una specie di voyeur della città, che non visto spii gli altri”. Le solitudini raccontate sono elaborate poiché non si traducono necessariamente nell’effettivo isolamento sociale. È una solitudine strutturale ed esistenziale a muovere i personaggi, spingendoli ad accettare le proprie contraddizioni interiori, a mettere in discussione le proprie solide certezze ritrovando “una totale sintonia tra il sentire e l’agire”. Ci sono persone che, incrociando il nostro cammino, fungono da potenti acceleratori di cambiamento, altre che invece ostacolano la nostra evoluzione. “In fondo ci si ritrova anche per colmare un vuoto”.