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Eleonor Oliphant sta benissimo

Eleonor Oliphant sta benissimo

Eleanor Oliphant sta bene, anzi benissimo: trentenne contabile in un’azienda che si occupa di design, la sua vita scorre monotona tra il tempo trascorso in ufficio - dove i colleghi sembrano essere sempre costantemente impegnati a prendere in giro le sue stranezze e l’eccentricità - e la solitudine a casa durante i weekend, in compagnia delle sole bottiglie di vodka Glen’s che compra al negozio all’angolo della strada. Appuntamento fisso della routine è la chiacchierata telefonica del mercoledì sera con la madre, rinchiusa in un luogo apparentemente lontano, eppure una presenza così ingombrante da riuscire ad instillarle ogni sorta di dubbio sul suo aspetto fisico o sulla sua scarsa capacità relazionale. Un giorno, complici dei biglietti vinti ad una lotteria, Eleanor si reca ad un concerto, dove si innamora perdutamente del frontman della band. Da quel momento, la monotonia si spezza: vuole a tutti i costi conoscerlo e organizza un piano dettagliato, fatto di cambio di look e “modernizzazione tecnologica” per prepararsi a quel fatidico momento. Nel suo progetto ad un certo punto entra in scena Raymond, il suo nuovo collega di lavoro, esperto in informatica, che non solo le riserva delle attenzioni inaspettate, ma soprattutto un giorno la trascina nella vita di Sammy, un vecchietto che, di fronte a loro, in mezzo alla strada, è colto da un malore…

Selezionato per numerosi premi letterari e vincitore del Costa First Novel Award, nonché in vetta alle classifiche di vendita per mesi in Inghilterra, Eleanor Oliphant sta benissimo è un successo non a caso. Se non bastasse la scelta del tema, difficilmente affrontato dalla letteratura moderna, se non collateralmente - sullo sfondo, attraverso gli occhi di un personaggio secondario - a renderlo peculiare è l’abilità con cui Gail Honeyman lo maneggia. Con una scrittura immediata e brillante, è in grado di farci navigare tra i pensieri della protagonista con una leggerezza inaspettata per la storia drammatica che la donna ha vissuto e per il peso della depressione che la schiaccia. La cifra particolare dello stile narrativo dell’autrice è quella di suscitare non un sentimento di pietà o commiserazione per Eleanor, ma un’istantanea simpatia per le sue stravaganze che, uscite dai suoi pensieri, appaiono così ragionevolmente lucide da instillare quasi un moto di ostilità verso questo mondo che non le/la comprende. Difatti, da un libro che si propone come scopo quello di approfondire il tema della solitudine, spesso riduttivamente associato solo agli anziani, come sostiene l’autrice nell’appendice, ci si aspetterebbero dei toni seri e un’atmosfera di pervadente sensazione di “groppo alla gola”, mentre, al contrario, in questo romanzo è proprio l’immensa semplicità scandita dall’ironia, a coinvolgere, a far cogliere la problematicità del disturbo mentale di Eleanor e a rendere così tangibile il suo dolore di fronte all’indifferenza sociale che l’avvolge. Ma, fortunatamente, la sua sofferenza è accompagnata dalla speranza, generata dai piccoli atti di gentilezza delle persone di cui si circonda e dall’incondizionato amore di Raymond, e dalla volontà di imparare ad accettarsi e a volersi bene così, unica difesa per esporsi in modo meno vulnerabile ad una società che, talvolta, si rende colpevole di un’involontaria cattiveria e letale freddezza verso i sentimenti altrui. La storia di Eleanor Oliphant colpisce e conquista il lettore non solo perché potenzialmente potrebbe essere la storia di una qualsiasi persona e perché porta alla luce riflessioni che più di volta hanno toccato le menti di chiunque, ma, soprattutto, perché lascia un senso di conforto rispetto all’ineluttabile circostanza che, se attenti, in agguato c’è sempre un atto di gentilezza, pronto a salvarti da una quotidianità che talvolta sembra tagliare le gambe.