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Elias Portolu

Elias Portolu

Sono gli ultimi giorni di aprile e la famiglia Portolu, a Nuoro, è in festa. Il figlio Elias ha scontato la sua condanna presso un penitenziario del continente e torna a casa, inoltre Pietro, il maggiore dei tre fratelli, sta per sposarsi. La casa è stata intonacata, pane e vino sono pronti, sembra quasi che Elias torni dagli studi e non dal carcere. La madre, detta zia Annedda – una “donnina placida, bianca, un po’ sorda” – lo attende, insieme a lei Pietro, che fa il contadino, Mattia e zio Berte, il padre, pastori entrambi appena rincasati dalla campagna. I fratelli si assomigliano: “bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri”. La capigliatura del padre è intricata e ricade sugli occhi arrossati, indossa un costume sporco con una sopragiacca senza maniche in pelle di montone, nel viso un grosso naso rosso-bronzino. Per l’arrivo del figlio si è lavato mani e viso e con l’olio d’oliva ha unto, districato e intrecciato i capelli. Gli uomini vanno ad accogliere Elias, mentre zia Annedda resta a casa col gatto e le galline. La dimora dà su un viottolo e dietro il muro si estendono gli orti, l’Orthobene granitico e le montagne d’Oliena chiudono l’orizzonte. Il vicinato è abitato da brava gente, le ragazze frequentano la chiesa, le famiglie sono di semplici costumi. Dopo aver atteso il tempo necessario, ecco che le vicine attraversano di corsa la via e annunciano l’arrivo degli uomini. Elias corre ad abbracciare la madre. La prigionia lo ha cambiato: “alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato; aveva i capelli rasati, gli occhi azzurri-verdognoli”. Zio Portolu è felice, straparla a voce alta, s’impadronisce di Jaccu Farre, un suo parente, e gli indica orgoglioso i figli, ai suoi occhi tre colombi forti, sani e belli. Insieme loro sono quattro leoni che nessuno può abbattere. Brindano. L’uomo osserva la moglie e loda anche lei, una donna buona, di coscienza, che non fa pettegolezzi e quando Pietro porterà in quella casa la sua sposa, anche lei si troverà bene. È una bella ragazza benestante, è una brava massaia, cuce e fila. In mezzo alle chiacchiere, alle risate e ai brindisi, spicca Elias, con la sua risata stanca, spezzata, la sua voce è debole, il volto pallido e le mani bianche sono ancora più evidenti in mezzo a quelle facce abbronzate, “sembrava una donna vestita da uomo”. Il suo linguaggio è particolare, ha qualcosa di esotico, è affettato, metà italiano e metà dialetto. Fratelli e amici gli stanno addosso, lo incalzano affinché racconti tutto ciò che ha fatto e visto in carcere. D’un tratto Pietro si anima, desidera che Elias conosca la ragazza che deve sposare, la bella Maddalena…

Pubblicato a puntate sul periodico “Nuova Antologia” nel 1900, Elias Portolu va incontro negli anni successivi a revisioni correttive importanti e nuove edizioni, particolarmente degna di nota è l’edizione del 1917 dei Fratelli Treves, filologicamente e linguisticamente distante dalla prima pubblicazione proprio per l’impegno profuso dalla stessa Grazia Deledda nel rimaneggiare il testo, influenzata dalla letteratura russa ottocentesca per tematiche e atmosfere. Le ambientazioni cupe, notturne, che accompagnano il solitario dolore di Elias – “O pallide notti delle solitudini sarde!” – le sue riflessioni e il suo vagare per combattere la passione che lo tormenta e il senso di colpa dopo aver commesso adulterio con la moglie di suo fratello, hanno molto del tormento che corrode l’animo dei personaggi dostoevskiani. I tre “colombi” Portolu, che rendono tanto orgoglioso il padre che ne vanta la tempra forte: “siamo uomini, noi, non siamo bambocci di formaggio fresco come i continentali”, sfortunatamente non sono destinati a una vita serena. È l’arrivo in casa di Maria Maddalena Scada a rimescolare le carte e tutti i progetti per il futuro dei ragazzi vanno a rotoli. Maria Maddalena – nome profetico – con la sua bellezza conquista il cuore del giovane ex galeotto, già prostrato emotivamente per il periodo di detenzione e le umiliazioni patite (persino prima in paese lo chiamavano “femminuccia” per la sua delicatezza) e si sente meno uomo dei fratelli. Dal momento in cui incontra la giovane donna è preso in un vortice di sentimenti intensi e mutevoli, la sua salute ne risente, smagrisce, si indebolisce, la notte vaga per la campagna come uno spirito inquieto. Elias è un ragazzo volubile, quando matura una decisione sul modo migliore per affrontare questo folle amore solo dopo poche ore ha cambiato nuovamente le sue intenzioni, chiede consigli che non segue e passa da momenti di sconforto a esaltanti, irrealizzabili, sogni a occhi aperti. Così di giorno in giorno la sua esistenza e quella di Maddalena – che non ama il marito, alcolizzato e violento con lei – sono in balia della tentazione, fino a quella notte da cui non si torna indietro. “Essi pensano che questa vita terrena non debba finir mai; invece è una novena, questa vita, una novena ed anche corta.” sostiene zia Annedda, che con le sue preghiere, le sue erbe e le sue parole magiche si dedica alla protezione dei suoi cari. Il romanzo, uno dei più apprezzati della Deledda, è stato tradotto in varie lingue, incluso russo e portoghese.