Salta al contenuto principale

Elogio della vanità

elogiodellavanità

La parola “vanità” sta a indicare sia “la cosa vana in sé”, sia “il movimento […] che ci spinge a conquistarcela”. Vanità è anche l’esibizionismo, la ricerca di successo e, dunque, di gloria, di plauso che ne deriva; quindi il successo stesso, il desiderio di raggiungere una cosa straordinaria, è ancillare e secondario alla voglia di sentirsi acclamati, ne è la conseguenza, non la causa. Ciò comporta che l’uomo sociale debba, quasi per definizione, “contrastare l’affermazione degli altri” per ottenere la propria. L’essere vanitosi si dimostra essere, dunque, “un modo d’essere pressocché universale”, e l’atto medesimo del procreare diviene “l’origine stessa dell’esibizionismo”. Vanitas vanitatum è sia il narcisismo – come “pulsione psicoinerte rivolta verso sé stessi”, sia l’esibizionismo – quale “pulsione psicoattiva rivolta verso gli altri”. “La voglia di mettersi in mostra sostiene […] tanto il delinquente che immagina lo spazio che avrà nella cronaca dei giornali […], quanto l’eroe”. La vanitas fa, così, il bello e il cattivo tempo in ogni animo umano, accendendo potenzialmente sia le parti buone che le cattive di ogni uomo…

Giuseppe Berto (1914-1918) è uno dei grandi autori del Novecento Italiano. Tra le sue opere, annoveriamo Il cielo è rosso, Il brigante, Guerra in camicia nera, Il male oscuro (vincitore del Campiello), Anonimo veneziano e La gloria. Con L’elogio della vanità, ci consegna un testo quanto mai attualissimo e carico di postmodernità, in cui possiamo rispecchiarci oggi pienamente, nonostante sia stato scritto più di cinquant’anni fa. Lo specchio della vanità è lo specchio quotidiano – umano – in cui, ogni mattina, ci riconosciamo – ci amiamo e/o ci odiamo. Dalle pagine di Berto l’amore – seppur velato di sarcasmo e ironia – per l’uomo c’è: ma è un sentimento maturo, che elenca tutti i difetti del suo “amato” uomo, tutti racchiudibili nella vanitas. Giuseppe Berto racconta con verità – senza paura della verità – gli animi che sono un animo universale. Tutti che si credono – ci crediamo – speciali, eppure tutti uguali, tutti immagini dello stesso, identico, specchio. Ombre che cercano la consistenza, ombre che anelano a ingannare gli altri fingendosi – autoproclamandosi – concrete, reali. Berto, acutamente, ci smaschera e, insieme, sbugiarda anche sé stesso, in quanto uomo. Ci deride e ci ama. Si deride e si ama. Come solo un padre conosce il proprio figlio, come un dio con la propria creatura, come un demiurgo che vede riflessa nella propria immagine quella della sua creatura e, quindi, smascherandola, sbugiarda anche sé stesso e la propria vanità; la propria assoluta inconsistenza.