Salta al contenuto principale

Elogio dell’aberrazione

elogioaberrazione

Gli uomini le fanno schifo. Anche le donne, senza alcuna distinzione. Soprattutto le fa schifo quel direttore de “L’eco del Garda”, sul quale scrive Tito Maria Imperiale, el sior Titìn, così chiamato per la sua statura minuta, a cui è impedito di dare risalto alla sua storia. Adesso però è stanco, quindi el Titìn decide di raccontare tutto di Margheritina Tapioca, in arte Margot la Rossa. La ragazza nasce con un corpo da strafiga, per sua stessa ammissione: per questo la vita le è stata sempre nemica, tanto che la provincia le sta stretta e, scavalcato il muro della scuola, una sera fugge a Roma, dove può trovare maggiori soddisfazioni. Vende il suo corpo a Cinecittà, lo baratta con la coca che la fa trasforma in una larva. Da quel momento diventa una reietta, una donna da evitare, una cagna rognosa. Torna al paesello, ma nessuno dà lavoro a chi in uno studio fotografico ha scambiato amplessi con un cane. Così continua a fare quello che ha sempre fatto, l’unica cosa che sa fare, sopravvivere con il suo corpo. Ovunque, sulla ferrovia, nei bagni pubblici, nei vagoni dei treni, finché non è accusata da due preti di essere colpevole di numerosi infanticidi. Perché Margot non ha figli, forse, ne avesse avuti, riceverebbe più attenzione e carità: ma ha avuto tantissimi aborti, incidenti di lavoro. Perciò lei è un’assassina. Per questo la sua vita è meno degna di essere ricordata e conosciuta? Non è colpa sua. Cova talmente tanto odio che medita di comprare un mitra e sparare a tutti quelli che le si parano davanti, soprattutto se sono preti…

Concepito per il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini che a Salò, luogo d’elezione della maggior parte dei racconti, ambientò uno dei suoi film più crudeli e controversi, l’Elogio dell’aberrazione oscilla fra il cinismo grottesco di PPP, costantemente sullo sfondo di ogni vicenda, e la violenza altrettanto cruda del marchese de Sade, di cui una citazione apre il libro, quasi come prologo ed avvertenza al lettore. Polifonia di voci di gente vinta, degli escrementi del mondo, il libro di Permunian (da leggere alla veneta) presenta un unico girone infernale di reietti che reclamano di essere raccontati per quello che sono: in un ponderato bilanciamento di spazi narrativi, le storie si susseguono in un crescendo di infamia, senza nessuna pretesa salvifica né compiacimento narrativo. Le vicende di questa varia umanità sono tenute insieme dalle narrazioni perverse di Tito Imperiale, che per una vita le ha raccolte e finalmente adesso può vuotare il sacco. La scrittura è volutamente forbita, per cucire lo strappo fra la causticità del reale, stressato fino al grottesco, e il poco credibile sogno idilliaco, qui del tutto assente se non sotto forma di velata recriminazione. Certo non si può omettere l’altro chiaro merito della fatica dello scavo di Permunian, quello di voler essere anche un pregevole saggio di critica letteraria, di critica alle finzioni rassicuranti dei romanzi borghesi, definitivamente messi in discussione nella loro a volte sordida vacuità: un testo saldamente incastonato nella varia tradizione narrativa italiana, riletta e interpretata senza filtri e piaggerie.

LEGGI L’INTERVISTA A FRANCESCO PERMUNIAN