Edimburgo, 2013. In un palazzo del quartiere storico, a pochi passi dalla casa natale del grande fisico e matematico Maxwell, in cima a ottantaquattro gradini c’è l’appartamento di un professore dall’aspetto gioviale, calvo, occhialuto. L’anziano accademico si affaccia alla finestra, si accerta che nessun fotografo o giornalista sia in agguato ed esce. Quasi mezzo secolo prima, insieme ad altri cinque fisici teorici, lui aveva scoperto che i bosoni, particelle subatomiche, possedevano straordinarie capacità: potevano aggregarsi per formare una specie di sostanza che, a sua volta, riempiva l’universo. Quella sostanza era stata poi battezzata campo di Higgs, proprio lui che oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, sta per ricevere l’annuncio della vita. Ha vinto il Nobel per la Fisica. Già da tempo ne aveva intuito la possibilità, e le indiscrezioni rapidamente avevano raggiunto anche la stampa. Ma questa storia era cominciata a metà degli anni Sessanta, con due articoli scientifici che, ipotizzando l’esistenza del bosone, promettevano un salto enorme nella conquista della conoscenza e della comprensione delle leggi cosmiche. Non restava che dimostrare le teorie, obiettivo ambiziosissimo che per decenni aveva impegnato centinaia di scienziati, nel clima accesso di fondamentali sostenitori e collaboratori così come di detrattori. Molte coincidenze e un’irresistibile tenacia. La svolta avvenne al CERN di Ginevra, dove oggi è ancora operativo l’acceleratore di particelle LHC pensato alla fine degli anni Settanta. Higgs era lì, quando Rubbia, “uomo-orso” rese realtà quella macchina poderosa che trasformò gli indizi teorici sul bosone in verità scientifica…

Peter Higgs, in abito da cerimonia, che riceve il Nobel e, qualche mese prima, commosso dall’applauso dell’intera comunità scientifica del CERN: sono due immagini che hanno reso popolare l’anziano fisico. Popolarità che, in questi casi, è un segno insolito e benefico: suscita curiosità, avvia alla comprensione di nuove cose. Chissà perché, poi, Higgs - venuto a mancare nell’aprile 2024 - è diventato così famoso. Sarò stato merito anche di qualche slogan, vedi alla voce “la particella di Dio”, come è stato (impropriamente) ribattezzato il “suo” bosone. Avrà fatto la sua parte anche la complessa e lunghissima strada che ha portato alla scoperta. A raccontarla, assai bene, in questo libro è Frank Close, professore emerito di fisica teorica a Oxford, pluripremiato per l’attività di ricerca, svolta anche al CERN, e divulgatore raffinato. Higgs e Close erano colleghi e amici - in una delle foto pubblicate in questo libro sono ritratti insieme all’aeroporto di Palermo nell’anno cruciale, il 2012. Nonostante l’amicizia, lavorare a Elusive è stato complicato, perché anche Higgs, come lo sfuggente bosone, era capace di abili elusioni: “Non usa Internet e non è raggiungibile via mail. Non ha contatti telefonici”; e non restava che inviare una lettera o sperare che ascoltasse la segreteria dell’università. Close compone così una biografia scientifica dell’uomo e del suo oggetto di studio, con fatti e personaggi unici che non restano sullo sfondo del protagonista, rendendo bene la realtà della scienza: un’avventura umana di resistenza e fiducia.