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Era tutta un’altra cosa

Era tutta un’altra cosa

Mentre lungo via Veneto a Roma si accendono i riflettori della Dolce Vita, a vico Limoncello a Napoli Marcello e la sua famiglia si arrangiano come possono per stare a galla. Suo padre ex guantaio disoccupato assillato dalle cambiali, sua madre che sta in casa a strapazzare, accudire, minacciare, pregare, lusingare, adorare, nutrire i figli. Tutti gli abitanti del vicolo si arrangiano come possono, combattono la disoccupazione con l’artifizio, inventandosi mestieri e commerci. Marcello ha condiviso la sua infanzia con acquaioli, impagliatori di sedie, carbonai a domicilio, venditori di pazzielle, di olio sfuso; gente che in salumeria poteva entrare solo per comprare la munnezzaglia, i rimasugli della pasta che veniva anch’essa venduta sfusa, ma non rinunciava alle cambiali per il televisore. I vestiti si compravano alla epiche vendite di panni americani, mercati a cielo aperto talmente sterminati e strabordanti da far chiedere ai ragazzini se gli americani non fossero rimasti nudi. Solo un capo veniva acquistato nuovo, di buona qualità e in un negozio serio come l’UPIM: il grembiule di scuola…

La scuola, l’infanzia nel vicolo, la sua grande famiglia, le lezioni della strada, i cibi dell’infanzia: tutto viene rievocato con toni epici, un alone di soffusa leggenda sembra avvolgere i ricordi. Pur dichiarandosi consapevole della capacità della mente umana di autoingannarsi, Marcello D’Orta, alle prese con il flusso della sua memoria, non sembra capace di separare il grano dal loglio. Il suo canto rievocativo, a tratti leggero e scanzonato, si fa spesso improbabile elegia. La verosimile, malinconica, nostalgia che coglie l’essere umano al rendersi conto dell’inesorabile sfocarsi del passato, portandolo a epurarne le caratteristiche negative quando si accorge del dissolversi della sua giovinezza, in lui diventa rappresentazione mitologica e superficiale del tempo perduto. Peccato che all’ironico e scanzonato confronto tra la semplicità e generosità delle relazioni di un tempo, la capacità di divertirsi e interagire dei bambini suoi coetanei, e l’attuale mondo ipertecnologizzato, si mescolino considerazioni sociologiche e giudizi di valore che ammiccano e alludono alla bontà di modelli familiari “tradizionali”, in cui i bambini potevano contare sulla sicurezza di due genitori di sessi assortiti e con mansioni ben definite: una mamma che spignatta e un padre che porta “sulle spalle la piramide familiare”.