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Eravamo tutti in attesa

Eravamo tutti in attesa

Un uomo, niente più che un uomo, decide un giorno di vestirsi da pagliaccio. E mentre sente la sabbia sotto i piedi, ha come la sensazione di esserlo davvero. Poi ci sono gli altri pagliacci che eseguono il loro spettacolino, e gli uomini dalle giubbe rosse che cercano di tenerlo a bada; ma a lui interessa solo la ragazza che cavalca i due cavalli, cerca la sua comprensione, e per un attimo sembra riceverla nel suo camerino dopo lo spettacolo... Tutti hanno visto Juan García entrare al commissariato per dire al commissario di aver ucciso Regina, di averla annegata per la precisione. Dopodiché, tutti hanno visto Hernandez, il padre della ragazza, attaccare Juan García, che non si è sforzato a parare i colpi. Tutti hanno visto e sentito le stesse cose, ma solo Venancio sembra sapere cosa sia successo... Aspettano tutti insieme. Inizialmente entravano nel bar solo per inserire qualche moneta nel jukebox, ma poi il barista si è accorto che venivano lì per aspettare, allora ha detto loro che se volevano potevano rimanere. Da allora vanno sempre li ad aspettare, ciascuno il suo. Non parlano mai del passato, fino a che una sera non arriva qualcuno che li riconosce e si mette ad aspettare con loro, e a parlare dell’attesa. Così anche loro cominciano a ricordare… Dovrebbe proprio comprarlo il libro dei colori. Il fatto è che c’è quel libro di Saroyan che potrebbe essere molto più importante. Magari anche Saroyan, come Faulkner, viene ad aggiungere nuove pagine ai libri che hai comprato mentre non li sorvegli. Le aggiunge per quando li rileggi, così nelle storie entrano personaggi e fatti nuovi, ma solo se compri il libro...

Eravamo tutti in attesa è il primo libro pubblicato da Álvaro Cepeda Samudio nel 1954. È un libro che quando arriva in Colombia ha un effetto alquanto dirompente, perché Cepeda porta finalmente nel suo Paese l’esperienza di scrittori come Hemingway e Faulkner. Per questo motivo Cepeda è considerato insieme a Marquez uno dei grandi innovatori della letteratura colombiana. Ma se Marquez ha seguito la strada del realismo magico aperta da Juan Rulfo, Cepeda ha seguito la lezione dei simbolisti americani, riuscendo a trovare una voce e un modo di scrivere tutti suoi. Quindi le storie di Cepeda non portano il lettore in un tempo lungo, in cui succedono le cose, piuttosto lo sbattono in un momento in cui le cose passate e presenti stanno accadendo insieme. Sono storie in cui c’è solo la scrittura di Cepeda che a tratti è impervia, lacunosa e cupa; non è facile entrare in questi racconti, ma è lo stesso autore a dirci come fare, invitandoci a rileggerli, così come vanno riletti i libri di Faulkner ai quali l’autore potrebbe aver aggiunto qualche pagina mentre non guardavamo. È spesso così per le storie che lavorano sul nascondere, anche se i racconti di questa raccolta non sono propriamente costruiti attorno qualcosa di non detto, sembrano piuttosto il risultato di un meticoloso lavoro di rimozione delle componenti non essenziali, quello che resta sulla pagina sono caratteri, ambienti e desideri che diventano puri, crudi e inesorabilmente reali.