Bretagna, 24 maggio. È una giornata di luce straordinaria in Bretagna: il cielo appare sconfinato, il mare immenso, la natura radiosa. Il commissario Georges Dupin si trova sdraiato sull’erba di un altopiano a picco sull’oceano, presso la Pointe du Raz, un luogo che ama per la sua bellezza selvaggia e per la luce particolare che caratterizza la regione. La gita ha due motivi: acquistare pesce affumicato in un laboratorio locale e prendere una pausa dalla ristrutturazione del commissariato, che ha reso impossibile lavorare a causa di rumori, polvere e odori di vernice. Dupin ripensa con fastidio al caos degli ultimi giorni: colleghi fuggiti dall’ufficio, casi minori che diventano pretesti per assentarsi, l’assistente Nolwenn partita improvvisamente per ferie, l’ispettore Kadeg in congedo parentale. Anche l’altro ispettore, Riwal, si è preso qualche giorno di pausa con la famiglia. Dupin, invece, ha deciso di rimanere, anche se ha in programma di sorprendere la compagna Claire con una cena romantica. Disteso sull’erba, si lascia quasi addormentare dal sole, ma viene interrotto dal cellulare: è Riwal, che lo chiama solo per rassicurarlo. Subito dopo riceve un’altra chiamata, questa volta dai genitori di Claire, che stanno arrivando in anticipo a trovarli per il weekend di Pentecoste. La serata intima programmata sembra sfumare. Poco dopo, un’ulteriore telefonata porta un annuncio sconvolgente: la signora Chaboseau, moglie di un noto medico di Concarneau, comunica a Dupin che suo marito è appena morto cadendo dalla finestra del suo studio. L’uomo, precisa la moglie, giace nel cortile, in una grande pozza di sangue. E non può trattarsi di suicidio, continua la signora Chaboseau: suo marito, seppure anziano, era ancora vigoroso. Dupin si precipita sul posto e osserva con attenzione la scena: il corpo presenta una posizione innaturale, l’abbigliamento è elegante e intatto, i vetri infranti della finestra panoramica brillano al sole…

L’ottava indagine del commissario Georges Dupin – personaggio nato dalla penna e dalla fantasia di Jean-Luc Bannalec - si apre con una Bretagna che si sta scrollando di dosso la primavera e si prepara alla stagione della luce, ma l’armonia è destinata a spezzarsi all’improvviso. Il protagonista, da tempo trapiantato in questa regione che ha imparato a conoscere e amare, è pronto a concedersi un raro momento di vita privata con la compagna Claire, ma un imprevisto ribalta i suoi piani. Un noto medico locale, figura rispettata e ben inserita nell’élite cittadina, viene trovato morto dopo una caduta inspiegabile dalla mansarda del suo studio. A prima vista potrebbe sembrare un incidente, eppure qualcosa non torna: la scena, i frammenti di vetro, la dinamica. Dupin avverte subito che dietro quella morte c’è dell’altro. Bannalec riesce a orchestrare il caso con maestria: la trama non si limita a un singolo enigma, ma allarga progressivamente il raggio d’azione, facendo emergere collegamenti inattesi con il passato e con i lati più inconfessabili di una comunità che vive dietro una facciata irreprensibile. L’autore si diverte anche a giocare con la tradizione del giallo, inserendo un omaggio a Georges Simenon e al suo celebre romanzo ambientato negli stessi luoghi. La scrittura mantiene quella cifra che ha reso celebre la serie: descrizioni precise e vivide, un occhio quasi pittorico nel restituire scogliere, villaggi e cieli mutevoli, senza mai cadere nell’esotismo gratuito. Al tempo stesso, Bannalec continua a lavorare sul suo protagonista: Dupin non è l’eroe infallibile e monolitico di certi gialli classici, ma un investigatore dall’umanità palpabile, con le sue insofferenze, le sue piccole ossessioni - culinarie e non solo - e la sua capacità di cogliere dettagli che sfuggono agli altri. Questo equilibrio tra introspezione, ritmo narrativo e respiro ambientale è ciò che intriga il lettore e lo accompagna in una realtà elegante e avvincente.