Salta al contenuto principale

Esecuzione dell’ultimo giorno

Esecuzione dell’ultimo giorno

Sembra quasi che gli abbiano iniettato il destino. A fondo, dritto nel cervello. Un ago ghiacciato gli ha divorato i neuroni e disegnato labirinti di sangue. Ha trent’anni. Mesi fa è iniziato il suo apprendistato da visionario, oggi è in assoluto potere della visione. Da lì in avanti, un susseguirsi di digiuni sempre più ambiziosi e sempre più totali. Smette di mangiare, prima per quarantotto ore, poi per tre giorni. Poi smette di bere. Ha origini russe, dimenticate ma che affiorano a scatti. Insegna pianoforte al conservatorio e fra i suoi alunni ha il figlio di un potente uomo d’affari. Vive a Perugia, e il suo vecchio maestro Iosif Mérik sta per tenere un ultimo grandioso concerto a Venezia per chiudere una lunga tournée. Sa che ha bisogno di vederlo un’ultima volta, ignora le ragioni di questa assoluta necessità che avverte. Sono dieci anni che non si vedono, e riannodare i fili delle loro esistenze potrebbe risultare difficile. Ha bisogno del suo aiuto, e gli pare incomprensibile, ma sa che deve dirigersi verso il suo albergo per parlargli. Un silenzio imbarazzato rotto dalle flebili parole del maestro: “Nell’istante del primo peccato, nel giardino della Genesi, una tromba iniziò a suonare: non ha mai smesso di suonare”. Poi conclude, bruscamente: “Non ci vedremo più, lo sai, pregherò per te”. Mérik muore la settimana successiva, in viaggio fra Venezia e Monaco…

È un brevissimo romanzo (appena una cinquantina di pagine effettive) Esecuzione dell’ultimo giorno, esordio nella narrativa del classe 1973 Lorenzo Chiuchiù. L’autore nativo di Perugia ha però un ricco curriculum di pubblicazioni di altro e vario genere. Si è innanzitutto occupato nei primi anni Duemila della curatela di due opere di Camus (Metafisica cristiana e neoplatonismo e La devozione della croce), ha tradotto Mallarmé, la lucidità e il suo volto d’ombra di Jean-Paul Sartre, ha curato l’introduzione a Così parlò Zarathustra di Nietzsche nell’edizione Giunti e pubblicato varie raccolte poetiche e un saggio edito da Mimesis. Brevità, nel caso specifico, non vuol dire che all’opera manchino spunti, suggestioni, lirismo e una grande densità. Recensito molto positivamente dalla critica, il volume pubblicato da Aguaplano si contraddistingue per una prosa poetica e per la ricerca tipica dell’autore attorno a temi musicali e filosofici. Non potrebbe essere diversamente, viste le caratteristiche del protagonista: è russo senza essere russo, la patria del sangue viene appena vagheggiata con nostalgia “per le distese ghiacciate e spirituali di San Pietroburgo”. La sua unica autentica patria, si potrebbe dire, è l’Apocalisse a cui vorrebbe pervenire tramite la sua arte. Il viaggio profondo di questo romanzo è ipnotico e sconsolato, una ferita che sanguina, un’allucinazione perpetua. Per chi si approcci alla sua lettura, è vitale tenere presente che le vicende del protagonista Semënov (nome di ascendenza quasi mitologica, visto che fa riferimento all’ataman dei cosacchi dell’Armata Bianca) ricalcano più o meno fedelmente quelle del compositore e pianista russo Aleksandr Nikolaevič Skrjabin. Influenzato da Chopin, e a sua volta influenza importante per Prokof’ev, Skrjabin lavorò fino alla sua morte a Mysterium, opera incompiuta in tre atti che sarebbe stata di carattere sinestetico, e che avrebbe cioè coinvolto tatto e olfatto. Nella finzione letteraria ordita da Chiuchiù, il testimone viene preso da Semënov, e dalla sua opera intitolata, appunto, Esecuzione dell’ultimo giorno.