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Essere avari

Essere avari

Omero, narrando le avventure di Ulisse, ci racconta anche come la proprietà della terra fosse nell’antica Grecia il fondamento della gerarchia sociale. Solo molti secoli dopo il mare e il mercato diverranno ambiti moltiplicatori di ricchezza. Essere ricco significa avere tesori accumulati, ma l’ossessione della ricchezza è pericolosa, il voler trasformare tutto in “oro” comporta il rischio di morire di fame e di sete, come insegna il mito del re Mida. Il ruolo del denaro muta secondo l’impostazione e le convinzioni delle diverse culture. Nelle culture strutturate con ruoli invalicabili e indistinti, la ricchezza si basa sull’accumulo e sul consumo; nelle culture del dono il denaro è ostentazione, prestigio, bene-rifugio; nelle culture che puntano all’autosufficienza con l’agricoltura e l’allevamento, lo stato controlla il commercio e la moneta è considerata “merce di scambio”, è importante, ma non deve avere un ruolo dominante. In queste economie agricole non è ammissibile l’uso del denaro per investimento, niente viene fatto per far crescere il ceto mercantile e sviluppare le città come centri economici. Il denaro è un elemento rivoluzionario di cui non si può fare a meno, ma che non è amato, perché origine di degenerazione, cupidigia, capace di distruggere anche l’ordine sociale. Già nella Bibbia (per esempio in Deuteronomio 23,20-21; Levitico 25,35-37; Siracide 31,1,5-7 e 14, 3-9) c’è l’esplicita condanna dell’avarizia che rende insensibile a tutto ciò che non è ricchezza, disponibile a superare limiti etici per accumulare e spinge al delirio d’onnipotenza...

Nel saggio Essere avari. Storia della febbre del possesso di Gabriella Airaldi si ritrovano un’enorme una quantità di fonti e riferimenti (letterari, filosofici, economici, politici, storici) per una sintesi che definisce la “febbre del possesso”. Si accenna alle discussioni teologiche del cristianesimo delle origini, alle riflessioni di Calvino e di Lutero. Si richiamano i personaggi della letteratura usurai, mercanti, avari così ben tratteggiati da Shakespeare, (Il mercante di Venezia), Boccaccio, (Decameron) e molti altri. Si recuperano reminiscenze di Leon Battista Alberti, di Le Goff e di Braudel per considerazioni su economia e comportamenti sociali. Il risultato è la conferma di quanto l’avaro sia una figura da biasimare, detestato e aborrito dalla comunità, personaggio mitico, dai tratti ben riconoscibili nella letteratura di ogni tempo, che si presta a essere irriso e deprecato. Da Creso a Ebenezer Scrooge, fino a Paperon de’ Paperoni, la febbre del possesso deforma l’animo umano. Sebbene le sfumature dell’avarizia siano infinite e il termine possa indicare cose diverse, non muta il fatto che dopo l’ebrezza, dopo l’esaltazione del possesso, insorgono, come postumi di tale bramosia, fenomeni morbosi, pensieri e impulsi futili o inconsistenti, che portano alla coazione. Sebbene l’avarizia sia sempre esistita, Gabriella Airaldi afferma che “Il capitalismo nasce in Italia e di lì parte la sua diffusione in Europa e nel mondo”.