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Esuli due volte

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Istriani, fiumani e dalmati: una diaspora intercontinentale, determinata in parte dalla virulenza dell’imperialismo jugoslavo, in parte dagli antagonismi etnici, in parte dall’opportunismo politico della debole e sconfitta Italia. Rosanna Turcinovich, da Rovigno, tecnicamente “nata in Jugoslavia” nel 1957, è tuttavia e diversamente ben altro che “jugoslava”: è un’istriana, di cultura prevalentemente istroveneta; è un’istriana “rimasta”, coi suoi famigliari, e da “rimasta” ha osservato la sua Rovigno e tutto il territorio dissanguato dall’esodo di circa 300mila compatrioti e dalle ostilità manifestate dal regime nei riguardi di suoi illustri concittadini, come il poeta e scrittore Ligio Zanini, padre del celebre Martin Muma. La Turcinovich è un’istriana che ha testimoniato un esodo che ha lasciato interi borghi di campagna spopolati (come Montona, come Portole, come Grisignana, come Piemonte) e piccole città come Pola e Capodistria ridotte a borghi fantasma, poi abitati e occupati da più o meno improbabili e coloriti coloni titini, provenienti da tutta la Federativa. Tante cose sono cambiate nel secondo Novecento: s’è disintegrata la Jugoslavia e sono nate nuove nazioni; l’Istria è stata divisa in due, un pezzo alla Slovenia (i montanari dovevano avere l’accesso al mare, dice qualcuno) e massima parte alla Croazia; all’Italia è rimasta Muggia. E che altro è cambiato? È cambiata la sensibilità dei “rimasti” o forse è cambiato il dialogo tra esuli e “rimasti”. Decisamente e radicalmente. Con tanto di riunioni internazionali. Questo libro, raccontando tutta una serie di incontri degli istriani della diaspora, a partire da uno storico alle cascate del Niagara, negli anni Zero, testimonia i sentimenti e l’empatia che uniscono, a distanza ormai di tre generazioni (vagisce la quarta) quella che, direi, correttamente Rosanna Turcinovich chiama “nostra gente”: dispersi tra Canada, Stati Uniti, Italia, Australia, Brasile, gli istriani sono ancora uniti come le dita di una mano. “L’educazione ricevuta dai nostri genitori segue un’unica linea”, scrive la Turcinovich. “Una linea legata a usi e costumi, tradizioni, l’uso del dialetto, l’amore per la nostra terra. L’esperienza di vita ha fatto il resto, abbiamo seguito un medesimo richiamo, la necessità di creare comunità tra persone che sentono in modo forte il richiamo delle radici. Non tutti ci comprendono, spesso ci è stato chiesto perché mai abbiamo bisogno di raccontare la nostra appartenenza: perché ne abbiamo la necessità, perché è un modo per dare un senso alla sofferenza di esuli e rimasti”. E così, in questa raccolta di articoli e reportage la Turcinovich racconta bene chi era “rimasto”, e si ritrovava in una terra irriconoscibile, con queste parole: “Sulla vita degli istriani erano scesi i silenzi, l’alienazione, la terribile sensazione di essere ospiti in casa propria, circondati da un’altra lingua, un’altra cultura, diversi usi e tradizioni”... e altrettanto bene racconta la vita di chi è fuggito in Canada. Questo libro è soprattutto il libro degli istriani, dei fiumani e dei dalmati scappati in Canada, per ricostruire una vita diversa, nell’orgogliosa consapevolezza delle proprie radici e dell’eredità morale e culturale dei propri antenati: tra loro, la signora Zuccon, mamma di quel Marchionne che ha scritto la storia della Fiat e dell’industria automobilistica, in genere: tra loro, il professor Konrad Eisenbichler, apprezzato italianista, idolo della Turcinovich; tra loro, il poeta fiumano Giovanni Grohovac, erede di una famiglia dai secolari e solari legami con il Carnaro…

Esuli due volte. Dalle proprie case, dalla propria patria vede la luce a gennaio 2022 per i tipi della Oltre, nella collana “Letture del mondo” diretta da Diego Zandel, collana già sensibile a questioni delicate istriane, fiumane e dalmate: penso almeno al notevole memoir dello scacchista fiumano Emilio Stassi, messinese d’adozione, Giocando a scacchi nei gulag di Tito (2017) e alla basilare pubblicazione della prima parte dei diari della coraggiosa patriota Maria Pasquinelli, a cura proprio di R. Turcinovich e R. Poletti, Tutto ciò che vidi (2020). Da che parti siamo, con Esuli due volte? Siamo dalle parti di quelle raccolte di articoli, cronache, reportage e sketch “assemblate e interpolate” a distanza di tempo; le cicatrici dell’assemblaggio sono ben visibili e forse si poteva lavorare ancora meglio nell’amalgamare i pezzi. Avrei puntato anche a inserire la parola “Canada” o “storie canadesi” nel sottotitolo, perché fondamentalmente da quelle parti siamo e ritorniamo in questo saggio, più volte e ostinatamente. Tolto ciò – sono leggeri vizi che potrebbero essere opportunamente rivisti nelle future edizioni – il giudizio non può che essere positivo, e non soltanto perché chi scrive questo articolo viene, per ampia metà, da sangue istriano e da storie sia di “esuli” che di “rimasti”: la Turcinovich è andata a raccontare, con emozione e con apprezzabile slancio fraterno, determinati aspetti antropologici, culturali e sociali in genere dell’esodo, meditando sulle differenze tra una generazione e l’altra e sul futuro della nostra gente istriana, fiumana e dalmata. E poi ha detto, più volte, tante cose difficili in poche parole, come qui: “Chi nasce a Roma, Milano, Parigi non ha bisogno di interrogarsi senza sosta sulla propria appartenenza, che cosa ci sia nella sua anima di singolare o plurale, dove termini la sua identità ragionata e inizi quella plurima, dove si annidino il dolore e la ricchezza di costruire un’identità convinta e persuasa. Per la gente di confine, come molti di noi, questa consapevolezza è una lunga maturazione vissuta con convinzione o, spesso, una rinuncia in nome di una purezza che sfocia in nazionalismo e non contribuisce a far capire le meravigliose dinamiche di esperienze trasversali, osmotiche, decisive per la definizione di una realtà complessa e così esaltante”. Completa l’edizione Oltre una robusta ed esaustiva introduzione del professor Roberto Spazzali, storico sensibile e valoroso, proprio in questi giorni nuovamente nelle librerie di tutta Italia per il suo poderoso studio sugli ultimi giorni di Pola, pubblicato dalla Ares. Concludo con qualche notizia biobibliografia sull’autrice. Rosanna Turcinovich-Giuricin, da Rovigno, Istria, classe 1957, si è formata al quotidiano “La Voce del Popolo” di Fiume; là ha lavorato sino al 1992. Maturate le condizioni per andare al di là del (nuovo e comunque innaturale) confine, si è trasferita a Trieste; ha collaborato con “Trieste Oggi”, “TeleQuattro”, “TeleCapodistria” e ha lavorato per il Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata; è stata parte dell’Associazione Giuliani nel Mondo. Oggi è corrispondente per la vecchia “Voce del Popolo” dalla nostra Venezia Giulia (superstite). Tra i suoi libri, Mangiamoci l’Istria, 17 itinerari attraverso i prodotti tipici, con Stefano De Franceschi (MGS Press 1996); La giustizia secondo Maria, romanzo-intervista con Maria Pasquinelli (Del Bianco 2008); Un anno in Istria (MGS Press 2010).