L’aria di Firenze è carica di un’elettricità mondana che toglie il respiro, un miscuglio di profumi costosi, fruscio di sete e il ticchettio secco di stivalini lucidi sul selciato. Lei appare come una visione bionda e diafana, con quel pallore che lascia intravedere le vene azzurrine sulle tempie, un astro che attraversa la città su un legnetto elegante guidato da cavalli inglesi. Il suo sguardo è un enigma: ora limpido e noncurante, capace di fissarti senza vederti mentre china il capo su un libro, ora saettante e febbrile, un invito muto che trasforma l'ammirazione in desiderio carnale. Si muove tra i viali deserti delle Cascine e i palchi della Pergola, lasciandosi dietro una scia di mormorii e gelosie. Al veglione, protetta da una maschera, ride con un’insolenza divina mentre un arlecchino allampanato la segue come un cane bastonato, implorando un’attenzione che lei tronca con un solo, gelido “Noioso!”. Quest’uomo, che nasconde sotto il costume un volto scavato e occhi lucidi di febbre, è un pittore siciliano sbarcato in città con il cuore pieno di sogni e le tasche vuote, già divorato da quella “malattia dell’arte” che consuma il cervello. Tra i vapori dello “sciampagna” e la scommessa folle di un bacio pubblico, si consuma l’incontro tra l’idealismo romantico di chi vorrebbe adorare una dea e la cruda realtà di una donna che, pur amando sinceramente, sa che “una follia non si fa due volte” e che il lusso del cuore non è merce per i poveri…

Incontriamo un Giovanni Verga lontano anni luce dalle campagne assolate della Sicilia o dai venti di mare. Siamo nella Firenze di metà Ottocento, capitale dell’eleganza e del desiderio, dove le passioni bruciano veloci tra i velluti dei teatri e i caffè alla moda. Eva è un’opera che appartiene alla fase giovanile e “mondana” dell’autore, un periodo in cui la sua penna era intrisa di un romanticismo febbrile, quasi esasperato, tipico della Scapigliatura milanese. Lo stile è vibrante, ricco di aggettivi e di esclamazioni, capace di trasmettere quel senso di vertigine che prova chi si affaccia per la prima volta nel gran mondo. L’atmosfera è quella di un sogno che si trasforma in incubo: c’è il lusso sfrenato, il profumo dei fiori di serra e il fruscio delle vesti, ma sotto questa superficie brulica la crudeltà del denaro e del cinismo sociale. Leggendo queste pagine, non si può fare a meno di pensare alle atmosfere di certi romanzi francesi dell’epoca, come quelli di Alexandre Dumas figlio, o alle opere di autori italiani come i fratelli Camillo e Arrigo Boito, maestri nel descrivere il binomio amore e morte. Una curiosità editoriale interessante riguarda la prefazione, scritta dall’autore come una vera e propria sfida ai lettori borghesi dell’epoca, accusati di essere ipocriti nel condannare l’arte immorale quando è la loro stessa società a essere corrotta. È un libro ideale per chi ama le storie di amori tormentati e impossibili, dove l’arte e la vita si fondono pericolosamente. Personalmente, trovo affascinante vedere come in queste pagine si nasconda già, tra i ricami della prosa ricercata, quel germe di disillusione che porterà poi ai capolavori del verismo.