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Fake news

“I vaccini causano l’autismo”. “Gli immigrati non pagano treni e mezzi pubblici”. “La vitamina C previene il raffreddore”. Sono fake news che circolano sulla Rete come nei bar, ma non sono una novità del presente. Le false notizie ci sono sempre state, fin dagli albori dei tempi, perché sono parte integrante della comunicazione umana. Negli ultimi anni però, grazie al web, hanno avuto una crescita esponenziale. Costruire informazioni non vere avviene in diversi modi. Si possono manipolare fatti reali o fonti fondate per fini politici o economici, adattare contenuti alle varie tipologie di pubblico come fanno i content creator, inventare bufale per soddisfazione personale. Il problema è il recepimento che la gente ha delle fake news. Vi crede, senza prendersi la briga di verificarne la veridicità, semplicemente perché le ha lette su giornali o sui social, o perché le ha ascoltate da un personaggio ritenuto attendibile. Con internet la situazione peggiora ulteriormente. Qui le fake imperversano, sono virali, impossibili da fermare, spesso confezionate ad hoc per stimolare il bias di conferma dell’individuo convincendolo della giustezza delle sue visioni esistenziali e dei suoi pregiudizi. Non solo, l’analfabetismo digitale e quello funzionale, molto diffusi, consentono di veicolare in Rete informazioni assolutamente false, raggirando l’ingenuo o lo sprovveduto…

Ogni giorno le fake news navigano con noi lungo le traiettorie della Rete per cercare di estorcerci denaro, farci cambiare idea su prodotti o temi sociali, orientarci politicamente. Contro questi rischi mettono in guardia Michelangelo Coltelli, vera autorità in materia nonché fondatore di BUTAC (Bufale un tanto al chilo), e Noemi Urso, con un libretto snello che con chiarezza spiega che cosa siano le notizie false e come ci si possa difendere da esse. Si tratta di un’analisi lucida che indaga i meandri di un sottobosco seducente, specie nell’era del web, che gioca sul sensazionalismo, sul gossip scandalistico, sul pietismo strappalacrime, su pubblicità personalizzate mirate totalmente a vendere. Emerge un quadro allarmante, nel quale la disinformazione è utilizzata come strategia per raggiungere, attraverso piccoli e grandi espedienti dal cherry picking all’agenda setting, i fruitori sia della Rete sia del giornalismo mainstream, parlando alla loro pancia. Per contrastare tale sistema, sostengono i due autori, è necessario generare un’autentica cultura digitale, supportata dalle istituzioni e allenare il nostro spirito critico “affinché ci stimoli a verificare l’attendibilità di una notizia”. Per dirla con Galilei, che di bufale se ne intendeva, bisogna “rifare i cervelli”, così avremmo a disposizione strumenti utili per conoscere la realtà e non una percezione taroccata di essa.