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Falsa guerra

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Un uomo arriva a Miami dopo quello che sembra essere stato un lunghissimo viaggio. La sua amica Elis si offre di ospitarlo. La casa dove vive sembra più una comune, un microcosmo di anime che la vita ha portato a condividere quelle poche e scarne stanze. Può stare tutto il tempo che vuole, gli dice Elis, forse consapevole che per chi arriva in una terra straniera, senza uno straccio di posto dove stare, l’ospitalità disinteressata è il regalo migliore che si possa ricevere. Qui l’uomo trova altri uomini e le loro storie. Juan, che fissa una cartina degli Stati Uniti alla ricerca di un tesoro perduto, concentrato nel chiuso del suo autismo. Strumentista, che guadagna pochi dollari piazzandosi nei marciapiedi e strimpellando la sua chitarra. E poi Barbiere, che parla poco e fa quello che il suo nome suggerisce; anche lui arrivato senza un futuro e senza prospettiva, si considera tra quelli a cui è andata meglio: anziché perdersi nell’anonima miriade di migranti tutti uguali, lui si è costruito una nicchia nel mondo ostile: forbici, pettine e spazzola ed ecco che ha trovato un lavoro, un nuovo nome, un nuovo sé. Non tutti sono così fortunati. Cammello e il suo amico, per esempio, sono ancora in cammino, nel retro di un camioncino sgangherato guidato da Gringo lungo una strada polverosa. Tutto sembra andar bene fino a che non investono qualcuno. Una vittima che non ha nemmeno un corpo definito, ma una massa, un insieme solido che Gringo decide di lasciarsi alle spalle, senza troppi rimorsi. Uno dei tanti corpi senza nome che nessuno reclamerà, morti senza croci. Le vite degli ultimi hanno questo valore, in fondo, e gli ultimi lo sanno bene…

Falsa guerra si presenta al lettore proprio in questo modo: con un mosaico di nomi e di storie, cocci di esistenze che devono essere messi insieme per cercare una forma. Il filo di Arianna però è difficile da trovare, e forse la risposta è: perché non c’è nessun filo. Non c’è una storia vera e propria, non c’è un capo né una coda. C’è un tema - il viaggio del migrante - e ci sono tanti esempi di svolgimento. Lo smarrimento, lo sradicamento, il sentirsi perennemente straniero, la pietà dei piccoli gesti, la crudeltà di azioni disumane. Alvarez compone questo quadro a pennellate brevi, quasi casuali, in un racconto corale che volutamente dà fiato a più voci. I personaggi sono spersonalizzati con intenzione, e per questo non hanno quasi mai un nome ma sono trasfigurati in ciò che fanno, nel mestiere che svolgono o nel soprannome che si sono guadagnati lungo la via. È una lettura non facile, eppure lo sforzo di chi si approccia al testo non sempre è ripagato. L’anonimato, che chiaramente Álvarez usa come cifra del suo messaggio letterario, spesso scivola nella piattezza; l’assenza di una trama definita, o dell’ombra di essa, non compensata dal fascino dei personaggi finisce per annoiare. Un canto a più voci senza un direttore d’orchestra, con tutti gli strumenti liberi di stonare.