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Falsa testimonianza

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Tap, tap, tap: Trevor picchietta con le dita contro l’acquario, e Callie sta facendo davvero fatica a sopportarlo, mentre in cucina mescola l’impasto dei biscotti con la spatola e a tratti si massaggia le tempie nel vano tentativo di alleviare l’emicrania. Trevor nega di stare tormentando il pesce e la cinge da dietro con le braccia, in un gesto d’affetto sincero. Ha dieci anni, forse è vittima di bullismo e suo padre è uno stronzo: spaventare quel pesciolino molto probabilmente non è altro che un tentativo disperato di attirare l’attenzione. L’estate del 1998 è torrida ad Atlanta e soltanto spruzzarsi con l’acqua corrente del lavandino sembra dare sollievo, mentre Callie lava la ciotola dei biscotti e le stoviglie per due della cena. Soltanto mentre il bambino si infila nella vasca, in attesa che Buddy rientri quando diavolo gli va, lei finalmente può dedicarsi al rum serale. Nel frattempo, controlla che la videocamera digitale sia sempre nascosta nel mobile bar, dove l’ha scoperta per caso qualche mese prima. Trevor ritorna proprio mentre lei sta finendo il secondo bicchiere di rum speziato che le brucia la gola e le risale fino al naso. Il bambino ha ancora addosso odore di sudore, non ha usato il sapone, ma è troppo stanca e ha male dappertutto, non ha la forza di sostenere altre battaglie: vuole solo mandarlo a letto così “da poter continuare a bere fino a cancellare ogni traccia di dolore e sofferenza”…

Falsa testimonianza è un thriller difficile da definire, è un po’ legal un po’ psicologico e gli elementi che lo caratterizzano sono molteplici e tutti approfonditi. Importanti tematiche di denuncia sociale vengono trattate non come elementi collaterali della trama, ma sono sviluppate con attenzione e dettagli: droga, dipendenza, astinenza, pedofilia, stupri, violenza sulle donne, misoginia, autodistruzione. Anche la pandemia e le sue ripercussioni, tristemente note, su ogni aspetto della quotidianità e della società hanno un’eco importante. Narrato su tre diversi piani temporali (1998, 2005, 2021) porta a galla segreti del passato impossibili da dimenticare e tenere nascosti che si ripercuotono sul presente: a volte basta infatti un errore per perdere tutto. Nonostante i numerosi colpi di scena che si susseguono e sovvertono le certezze, e i dettagli cruenti, molti (troppi) sono i momenti in cui il ritmo rallenta. Dettagli medici e giuridici prolissi e a volte superflui contribuiscono a rallentare e appesantire: non sempre scorrevole, richiede attenzione, e alcuni passaggi vanno riletti. Punto di forza sono comunque i personaggi complessi, sfaccettati, ben costruiti e delineati, anche se il protagonista resta comunque il rapporto tra le due sorelle. Sembra quasi che Karin Slaughter lasci in sospeso qualche quesito spinoso: quanto è sottile il confine tra bene e male? Cosa siamo disposti a fare per proteggere chi amiamo? Quanto oltre il lecito siamo disposti ad andare o a mentire?