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Fantasmi di famiglia

Fantasmi di famiglia

Seduto sullo sgabello, nella stanza da letto, Abel non reagisce neanche quando Vera gli dà un leggero schiaffo sul volto. Non riesce a uscire da quello stato catatonico, né a far smettere la voce nella sua testa che continua a ripetergli quanto sia un codardo. Eppure la rabbia sta montando, silenziosa e inesorabile. Ha il suono della voce di Bully, il suo collega ammazzato davanti ai suoi occhi qualche tempo prima. Anche in quell’occasione Abel sapeva bene cosa fare ma il suo corpo non ha reagito: sarebbe dovuto scendere e sparare a quei due che continuavano a massacrare il collega con un machete, eppure non si è mosso di un millimetro nella macchina, se non per alzare la musica dello stereo sperando di coprire le urla. Anche adesso resta immobile mentre lei cerca di parlargli mentre quello che vorrebbe fare è scuotere Vera fino a farle perdere di nuovo i sensi. L’ha trovata nella vasca da bagno semisvenuta e quando ha riacquistato i sensi, lei ha cercato di convincerlo che quello stato fosse dovuto a crampi mestruali. Ma in realtà, Vera sta abortendo un figlio che non è il suo. L’ha capito quando, entrando a casa, ha trovato per la terza volta Roman troppo vicino alla recinzione di casa loro. Un sospetto confermato, poi, da Vera che ha chiesto di chiamare Marcia – loro vicina di casa e infermiera - esperta di intrugli di erbe per curare qualsiasi cosa. Anche una gravidanza non desiderata. Ma anche davanti a quell’evidenza, Vera continua a trattarlo come uno stupido, come se non vedesse più quell’uomo che, anni prima, l’ha salvata dal pestaggio del suo vecchio padrone e chiedendosi se sia realmente esistito...

“Allora, sei un giamaicano di sessantanove anni di nome Stanford, diminutivo Stan, e una volta hai inscenato la tua stessa morte. [...] Quando sei morto per la prima volta eri ancora giovane, avevi poco più di trent’anni e lavoravi in Inghilterra da meno di un anno”. È così che inizia il nuovo romanzo di Maisy Card - che parte dal lontano Settecento per giungere sino ai giorni nostri - vincitore dell’American Book Award e finalista nel PEN/Hemingway Award, premio dedicato alle migliori opere prime di scrittori statunitensi. Una storia sfaccettata e ricca di personaggi questo Fantasmi di famiglia (nella versione originale il titolo è These ghosts are my family e allude al valore – positivo e negativo – che le origini hanno sulla nostra vita) che, partendo dalla volontà di un uomo di riappacificarsi con il proprio passato, dà vita a una narrazione che affronta temi delicati e attuali quali i rapporti con la famiglia e il retaggio culturale. Con una scrittura fluida e coinvolgente, la Card conduce il lettore in una storia ricca di dolore, ma anche di profondo amore, riscatto e volontà di conoscere il proprio passato e le proprie radici. Tanti i luoghi che la narrazione attraversa, dalla Giamaica agli Stati Uniti, passando per l’Europa e l’Inghilterra per trattare un tema tanto delicato quanto complesso: il colonialismo e la schiavitù. Ampiamente trattati nel diario che una delle protagoniste riceve in dono da suo padre, questi regalano al lettore capitoli potenti e difficili da ignorare, ma in grado di rendere alla perfezione il significato di cui sono portatori. Una nota di merito andrebbe alla traduttrice, Clara Nubile: inventando termini, rendendo cacofonici quelli esistenti, storpiando la sintassi è in grado di rendere perfettamente non solo il livello di cultura di tutti i personaggi, ma di mantenere inalterato il flusso del testo che scorre potente come un fiume in piena.