25 novembre 1993. Hanno occupato il liceo e ogni sera gli studenti di mezza Genova vengono a salutarli, a farsi una birra e passare un po’ di tempo con loro. Capita certe volte di vedere anche universitari. Te ne accorgi perché hanno perso quell’aria da adolescente tipica dei liceali, ma mantengono ancora un legame con la fanciullezza che gli impedisce di essere considerati – dai liceali e da loro stessi – dei veri e propri adulti. Come i tre ragazzi sulle scale, incontrati nel tentativo di tornare in aula magna; due ragazzi e una ragazza, la più bella che lui abbia mai visto fino ad allora. E non è solo per il potere del fumo che gli ha dato il ragazzo con il cappello di lana verde. È di “una bellezza impossibile” e quando la rincontra seduta sulle scale che portano alla palestra, decide di fermarsi e parlarle anche se non sa ancora di cosa…

Sono 33 i capitoli che compongono Fare il possibile, tutti accomunati dall’incipit “Oppure quella volta che”, nonostante descrivano poi tempi e fatti ben diversi. Una sorta di diario nel quale l’autore riversa le sue memorie: non solo momenti topici, come può essere la nascita di una figlia o la morte di un amico, ma anche – e soprattutto – eventi all’apparenza “normali” appartenenti al passato remoto o anche a quello più recente. Un flusso di coscienza reso stilisticamente da un ritmo battente, conferito alla scrittura dalla quasi assenza di punti sostituiti dalle ben più flessibili virgole; una “allegoria” di quello che è la vita stessa, nella quale i cosiddetti punti fermi sono ben pochi e allora ognuno deve cercare di fare il possibile con quello che gli viene dato. “Non ho mai capito come facciano alcuni, molti, a essere completamente soddisfatti o felici di qualcosa, e sono poi gli stessi che sorridono in tutte le fotografie […] e sono anche gli stessi secondo cui il mondo intero dovrebbe ammirare e accudire i loro figli, io subito dopo che è nata la mia, di figlia, e ha posato una mano su un seno di Simona nascondendo il mignolo sotto indice, medio e anulare ho creduto che avesse un dito in meno, e mi ha quasi rasserenato la scoperta di qualcosa di storto in quell’attimo di gioia così, poi mia figlia ha mosso la mano e il mignolo è comparso e mi è andata bene ugualmente, l’attimo di gioia estrema era stato neutralizzato dal dubbio del mignolo mancante e adesso potevo pure iniziare a fare il padre”. Un libro intriso di malinconia ma mai di rimpianto, verso quel passato che ha permesso e ha formato quello che è l’io narrante: un resoconto della propria vita, da leggere seguendo l’ordine dei pensieri dell’autore o in ordine cronologico, secondo le date che forniscono anche il titolo ai capitoli. Un racconto che sembra ricordare, nella dolcezza della memoria, Due di due di Andrea De Carlo e nel quale le due entità speculari fanno parte di un unico protagonista.