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Farò dimagrire Lewis Capaldi

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Lewis Capaldi, cicciottello e bruttino assai, è da due/tre anni uno dei tanti “fenomeni” della musica pop di genere più o meno Indie folk. La blogger J.B. Mitchell, sfegatata fan del cantautore scozzese, ci racconta il personaggio con una serie di tweet interpolati da propri pensieri e fatterelli quotidiani. Veniamo così a sapere che Capaldi non è proprio scozzese al cento per cento ma ha origini italiane (Ma va? Pensavamo che il cantante avesse voluto eliminare il prefisso gaelico dal cognome “McCapaldi”). Siamo, tra le altre cose, resi edotti su quanto egli ami la liquirizia salata, sui suoi innumerevoli modelli di occhiali, sul fatto che Lewis non indossi spesso capi del marchio Patagonia, su quanto sia utile quell’App che ci consente di decifrare un colore del quale non conosciamo il nome e tanto altro. L’autrice confessa poi: “Io non avrei mai provato a scrivere questo libro se un giorno non avessi letto Where We Are, l’autobiografia degli One Direction”, la famosa boy band. Si sa, avere un bagaglio letterario per uno scrittore è fondamentale…

“You can’t judge a book by its cover”. Mica sempre. Quella copertina kitsch di varie sfumature di rosa qualche ideuzza la suggeriva. Magari che la lettura avrebbe indotto alla nostalgia per il trapano del dentista. Una serie di tweet trasferiti dalla tastiera alla pagina stampata. Almeno che non si sia Oscar Wilde, G.B. Shaw o Ungaretti, difficilmente si riesce a dire cose memorabili in poche righe alla volta. Ciascun tweet separato da interlinea doppia: lo spazio esatto per interporre il commento dell’ormai proverbiale Grande Capo Indiano Estiquatsi (“quatsi” si pronuncia in forma ispanica, come “Quatar”). Commento naturale e scontato alle considerazioni frutto di una giovane vita trascorsa stando dodici ore al giorno davanti a uno schermo: “Avevo la schiena a pezzi. Troppe ore davanti al pc. Forse dovei cambiare poltrona, forse ci vorrebbe un modello con massaggio incorporato. Oppure quelle con gli schienali dritti che ti modellano la schiena”. Senza scomodare il Grande Capo Estiquatsi ci limitiamo a un “E quindi?”. Quindi le felpe di marca X sono fighissime. Quindi l’alga Marimo è l’oggetto cult del momento. Quindi il vino Buckfast addizionato di caffeina sballa tanto e più in fretta, buono a sapersi. Quindi quella canzone di Lewis Capaldi la fa sentire triste ma lei non sa spiegarne il perché. Tweet frammentati e sufficientemente scollegati da rivelare un’incapacità tutta generazionale di soffermarsi su un pensiero, un’emozione. Un’emozione non vissuta nel momento in cui tutto accade ma da relegare al click che la esibisce al mondo social. Che non è affatto quel mondo costituito da un pianeta concreto osservabile dallo Spazio (è rotondo, non piatto, fidatevi) ma costituito da quella ragnatela immateriale e avviluppante alla quale questa generazione disarmata non ha saputo ribellarsi, accettando con passivo fervore la logica in base alla quale il massacro di un popolo da qualche parte della Terra sia niente al cospetto della personale tragedia dell’esclusione da una chat. E dopo il “quindi” mettiamo un “allora” che l’anagrafe mi suggerisce. Allora: il panorama esposto costituisce un inconsapevole autoritratto – un selfie? - avvilente di tutto il profondo niente che occupa i pensieri non elaborati di una generazione triste, la più conformista della Storia. Se ogni generazione s’è ribellata al conformismo del mondo che ha trovato tentando di cambiarlo, quella dei “nativi digitali”, al contrario, vive con l’ansia costante di omologarsi il più possibile agli stilemi social già formattati da chi li ha appena preceduti. Il predicozzo da barbogio sarebbe gratuito se non fosse che è la Mitchell stessa a lamentarsi dell’incapacità di descrivere il disagio di “sentirsi senza idee” e che preferisce “non pensare”; che dovendo (dovendo???) portare avanti un blog, ha il problema che non le viene niente da scrivere - c’eravamo arrivati da soli - e momenti nei quali non ne sente alcuna voglia e, su questo, le consiglieremmo di non farlo per forza. L’autrice del presunto e presuntuoso “libro” – da intendersi tale solo perché costituito da pagine e inchiostro -, abituata al fatto che in rete si pubblichi cosa si mangia a colazione, che maglione si indossa o che bello smalto si è messo alla cagnolina supponendo che questa sia la chiave dell’esistenza, sembra semplicemente fare il tentativo di potenziare e nobilitare le sue aspirazioni di opinion maker (scusate l’arcaismo, influencer) attraverso l’editoria cartacea. Verrebbe da consigliarle paternalisticamente di farsi due passi per le strade della vita, quella sotto il sole, di leggersi il vissuto di chi ha avuto qualcosa da raccontare e di farlo prima di iniziare a scrivere. Poi di riconsiderare quello che interessa oppure no, magari partendo da quello che veramente interessa a lei stessa e al suo benessere. Per scoprirlo dovrebbe prima perdersi per il mondo vero, chissà che non le venga voglia di cambiarlo. Parola d’anziano, Estquatsi ha detto.