Salta al contenuto principale

Favola del castello senza tempo

Favola del castello senza tempo

Un ragazzo di nome Dino si avventura in un bosco tenebroso e rimane ammaliato da una bellissima farfalla notturna, gialla e nera, con un teschio marchiato sul dorso. Quando finalmente riesce ad afferrarla, la farfalla comincia a parlare con voce umana supplicandolo di liberarla. Dino, “educato da savie letture a tutte le delizie della pietà”, si commuove e lascia andare la prigioniera, la quale gli rivela di chiamarsi Atropo e di essere stata trasformata in farfalla dal guardiano del Castello Senza Tempo. Interrogata dal ragazzo, Atropo spiega che il castello è abitato dagli Immortali, uomini millenari che non invecchiano e vivono ripetendo all’infinito gli stessi gesti e le medesime parole, afflitti dalla noia e desiderosi soltanto di porre fine alla loro lenta agonia. Solo Dino, dotato di giovinezza, coraggio e innocenza, può rompere l’incantesimo che protegge il castello e liberare i suoi malinconici abitanti...

Gesualdo Bufalino è quello che gli inglesi definirebbero un late bloomer, uno scrittore sbocciato tardi: comincia a scrivere all’età di sessant’anni, dopo aver dedicato la propria vita all’insegnamento, alla traduzione e, ovviamente, alla lettura. Nella piccola, isolata cittadina di Comiso in Sicilia, Bufalino studia per anni i capolavori letterari europei, maturando la prosa raffinata e la colta sensibilità che caratterizzeranno la sua scrittura. Le sue cifre stilistiche sono presenti in questa favola moderna: ogni frase è cesellata con cura e non mancano riferimenti letterari e metafore. La fortezza della storia richiama il castello di Atlante di Ariosto in cui i malcapitati vengono intrappolati nel perenne inseguimento dei loro desideri. La farfalla si chiama Atropo come una delle tre moire, le divinità del destino nella mitologia greca, e non a caso quella a cui spetta il compito di recidere il filo della vita umana al momento del trapasso. La morte, infatti, rappresenta il fulcro di questa favola onirica e crepuscolare. L’autore affronta quello che definisce “il più cocciuto dei fatti” da una prospettiva inversa: immaginandosi cosa succederebbe se la morte non esistesse e gli uomini fossero imprigionati in un magnifico castello per tenere compagnia a un dio capriccioso che non riesce a sostenere la solitudine dell’immortalità. L’atmosfera rarefatta in cui è calato il racconto si arricchisce di elementi della Sicilia tanto amata dall’autore: le stanze del castello, sovraffollate di arredi con credenze piene di cianfrusaglie, ricordano i salotti delle nonne siciliane; il dialetto, con i tipici suoni duri e gutturali, diventa la lingua magica capace di sconfiggere il guardiano della rocca grazie a un suggestivo apriti sesamo. Con questa favola postmoderna, Bufalino ci ricorda che anche gli adulti hanno bisogno del potere catartico e rassicurante delle favole. La versione del centenario è illustrata magnificamente da Lucia Scuderi e introdotta da un testo di Nadia Terranova.