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Favole dal mio rifugio antiaereo

Favole dal mio rifugio antiaereo

È un caldo sabato mattina di luglio quando Serhij Platonov si appresta a svolgere il semplice compito che il suo capo gli ha affidato: recarsi da una certa Vjerka Labuha e capire perché non è puntuale nel saldare le rate del prestito. Individuato il condominio in cui risiede la donna si appresta a compiere la sua missione, ma è proprio avvicinandosi all’appartamento che comincia a notare qualcosa di strano: non c’è illuminazione, attorno alla porta, appiccicosa e ricoperta da una carta dalla strana fantasia, è sporco di fuliggine e il campanello penzola appeso a un filo spelacchiato. Neppure il tappetino, nonostante la rassicurante scritta Home Sweet Home, sembra esente da stranezze. Infatti è zuppo di un liquido non ben identificato ma che sembra un insieme di urina, sangue e vodka. E a completare il quadro dall’altro lato della porta proviene una spaventosa musica heavy metal a tutto volume. Ma non è il momento di tentennare: Serhij bussa più volte e, dall’interno, si sente una voce femminile che sembra emersa da chissà quale profondità, seguita poco dopo da una maschile. Il messaggio è chiaro: Vjerka non avrebbe aperto la porta senza prima aver visto con i propri occhi i documenti bancari. Ma come farglieli avere? Di sicuro non facendoli scivolare tra la porta e il tappetino... È in questo momento che si sente un colpo secco seguito da un botto fortissimo: il fucile che Vjerka e il suo amico hanno appoggiato alla porta ha sparato, creando un foro enorme nella carta dalla strana fantasia...

Le azioni e i pensieri raccolti in questo romanzo prendono forma nello spazio limitato di un condominio che, come un microcosmo, raccoglie i desideri e le delusioni più varie. Ogni appartamento ha una storia o, meglio, è una storia: c’è chi aspetta che il proprio tempo trascorra, chi vorrebbe andarsene e chi, invece, restare. L’unico elemento che sembra accomunare le vite dei condomini è il passato, a volte ricordato con nostalgia, altre come elemento dal quale allontanarsi il più possibile. Ma tagliare i ponti con ciò che è stato è molto difficile, infatti lì risiedono le proprie radici, in quel momento sono successi gli eventi che hanno portato alla situazione corrente, come delle linee già tracciate che devono obbligatoriamente far parte anche del disegno del futuro. È proprio entrando in contatto, piano dopo piano, appartamento dopo appartamento, con le varie figure che popolano il condominio che l’autore (anch’egli un condomino) abbozza la complessità del Donbass prima della guerra del 2014, in cui al forte senso di appartenenza si contrappone quello di smarrimento, alla cultura la violenza, al lavoro la delinquenza. Con le parole semplici e schiette dei protagonisti diveniamo coscienti di realtà piccole, personali, ma pulsanti che ci ricordano come la geografia non sia l’elemento principale che contraddistingue un territorio.