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Febbre

Febbre

Partendo da Shenzen, in Cina, nel 2011 una terribile epidemia si è diffusa in tutto il mondo. La cosiddetta “febbre di Shen” è una infezione fungina che inizialmente dà sintomi vaghi e difficili da individuare: vuoti di memoria, mal di testa, confusione, spossatezza. Dopo qualche giorno i malati smettono di alimentarsi e lavarsi, cominciano a muoversi in modo goffo e macchinoso agendo come robot, si coprono di lividi, finché non muoiono di inedia. Quando l’hanno trovata - disidratata, semincosciente e sotto shock (nonché incinta, ma questo loro non lo sanno ancora) - Candace sembrava un malato come ce ne sono milioni. Era su di un taxi giallo parcheggiato sul ciglio di una strada in Pennsylvania: “C’erano autostrade intere intasate da auto abbandonate, ma non avevano mai visto un taxi di New York in mezzo alla campagna deserta con il tassametro e l’insegna ancora accesi”. Candace era rimasta a New York parecchio tempo dopo lo scoppio dell’epidemia. Aveva visto la città collassare e intanto aspettava di ammalarsi anche lei come tutti gli altri, di diventare quella specie di… Sonnambuli? Zombie? che ripetono ossessivamente le stesse azioni quotidiane senza pensare, senza parlare, fino a che non muoiono. Ma non è successo. La febbre non l’ha colpita. Il gruppo di sopravvissuti che l’ha trovata è coeso e organizzato: otto tra uomini e donne guidati da un ex imprenditore informatico di nome Bob che li ha fatti gradualmente diventare una sorta di setta con i suoi rituali e le sue leggi che lui gestisce con pugno di ferro. Li sta conducendo verso una Struttura, un gigantesco complesso a due piani dalle parti di Chicago che conosce bene perché ne è il proprietario assieme a due suoi amici delle superiori. Là, secondo Bob, potranno rifugiarsi e ricominciare a vivere in modo quasi normale. Candace non si sente per niente a suo agio nel gruppo e ha l’impressione che gli altri non si fidino di lei fino in fondo. Forse è per via delle sue origini cinesi. Forse è per via del dolore che serba nella sua anima da tanti anni, del dolore che ha ereditato da sua madre e suo padre, immigrati a Salt Lake City negli anni Ottanta. Mentre giorno dopo giorno lentamente si dirigono a nord verso la Struttura saccheggiando le case che incontrano lungo la strada e uccidendo i malati di febbre che vi trovano dentro, Candace ricorda la sua infanzia povera e severa, lo studio, il trasferimento a New York per lavorare, gli amori infelici…

Come Candace Chen, la protagonista del suo romanzo d’esordio Febbre con cui ha vinto il Kirkus Prize 2018, Ling Ma è immigrata con la famiglia dal Fujian negli Stati Uniti quando era ancora una bambina. Dal 2009 al 2012 ha lavorato nella redazione di “Playboy” ma a seguito di un ridimensionamento della forza lavoro è stata licenziata. È proprio in quelle ultime settimane in ufficio che Ling Ma ha iniziato a scrivere un racconto, che poi è diventato un romanzo nei mesi successivi, quando ancora viveva con i soldi della buonuscita e stava cercando un nuovo lavoro. Non a caso il titolo originale del libro è Severance, ovvero Licenziamento. In un’intervista a “The Paris Review”, la scrittrice cinoamericana ha infatti spiegato: “La domanda alla base del romanzo è: Perché Candace Chen continua a fare il suo lavoro? Il mio romanzo si confronta con il capitalismo, il corpo, la diaspora cinese-americana e il fantastico mentre parla alle nostre fantasie e proiezioni segrete”. E sul sito dell’University of Chicago, dove insegna dal 2017, aggiunge: “Ho tratto ispirazione da una varietà di fonti: il lavoro di Kafka, il genere horror, la scena delle zine degli anni '90 e 2000 e il linguaggio dei primi blog, l’arte contemporanea e i reality TV, solo per citarne alcune”. L’originalità di Febbre sta appunto nell’accostamento di tòpoi narrativi che nessuno aveva mai accostato finora, un po’ come accadde – con successo esplosivo – quando Robert Kirkman in The Walking Dead inserì le dinamiche della lunghissima serialità e delle soap opera in una struttura da sempre molto limitata nel tempo e nello spazio come le storie di zombie. Ling Ma alterna invece capitoli post-apocalittici dall’impianto assolutamente classico a capitoli in flashback che messi tutti insieme costituirebbero un bellissimo romanzo di formazione sugli immigrati di seconda generazione, intrappolati tra il bisogno di appartenenza e il desiderio di integrazione. Due romanzi al prezzo di uno, insomma. E mentre Candace e i suoi compagni avanzano – abbastanza pacificamente, va detto – negli Stati Uniti sconvolti dall’epidemia, il lettore pensando ai malati di febbre di Shen è costretto a riflettere amaramente sulla natura dell’identità umana e su quanto i compiti ripetitivi che svolgiamo arrivino a definire chi siamo, una critica per nulla velata del consumismo e della cultura del lavoro. Mentre il futuro di Candace diventa sempre più incerto e il suo viaggio più pericoloso, ci rendiamo conto di tutto quello che ha già perso, molto prima che la pandemia scoppiasse. E mentre pensiamo a lei, ci preoccupiamo per noi.