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Febbre da fieno

È l’ultimo giorno che John passa a Napoli, all’Hotel Vesuvio, nella stessa camera dove ha soggiornato Adams, a ripercorrere le sue stesse orme per la città vestito con i suoi panni, facendo le stesse cose di Adams, dormendo con il suo pigiama, facendosi la barba col suo stesso rasoio elettrico, mangiando le stesse cose negli stessi ristoranti. Paura non ne ha. È la missione che gli hanno affidato, e per quanto sia una missione insolita – forse inquietante, forse pericolosa – John la esegue senza esitazioni. Del resto tiene una pistola carica nella valigia, è monitorato 24 ore su 24, c’è chi veglia su di lui a discreta distanza e addirittura un team di sei scienziati tiene sotto controllo il funzionamento del suo cuore e dei suoi polmoni e i suoi valori fisiologici con sensori elettronici fissati sulla sua pelle. John è un freddo, quando faceva l’astronauta subiva stress e pericoli molto maggiori senza battere ciglio, serio e concentrato. E serio e concentrato svolge ora il suo ruolo di… esca? bersaglio? segugio? Non è ben chiaro. Sale sulla automobile che ha preso a noleggio, una Hornet “nera come un carro funebre” e si infila nel caotico traffico napoletano, diretto all’Autostrada del Sole. Ha una crisi allergica in atto, l’antistaminico che ha assunto ha fatto poco effetto, ha bruciore agli occhi, gola secca e naso che gocciola. Imbocca l’autostrada in direzione Roma e accende la radio: parlano di una organizzazione terrorista femminista e della condanna del Papa alle nefaste imprese di tale organizzazione. Disgustato, John spegne. I pensieri vagano liberi mentre guida, gli viene in mente suo padre morto poco dopo il primo volo del figlio come astronauta. Chissà che avrebbe detto quando John fu scartato per il volo su Marte. C’è un incidente stradale: “polizia, ambulanze, barelle, le ruote della macchina capovolta che girano ancora, frecce che continuano a lampeggiare”. Un po’ più avanti, John si ferma ad un autogrill. Mentre lui sta curiosando tra souvenir e paccottiglia varia, da una Opel che frena energicamente scende una ragazza in jeans. Entra nell’autogrill. Si dirige verso di lui, lo guarda confusa – come se si stesse domandando se John è un commesso o un cliente – e poi crolla svenuta sul pavimento. L’ex astronauta si china su di lei, e mentre le sta tastando il polso nota sotto la sua ascella due minuscoli segni, come un tatuaggio in miniatura. John ne ha visti di simili in passato, li facevano le SS ai loro prigionieri, erano rune…

In un tempo non esattamente specificato, che potrebbero essere i primi anni Settanta ma anche un ipotetico futuro prossimo (il romanzo è uscito per la prima volta nel 1976) perché a descrizioni del tutto realistiche si alternano atmosfere che ricordano La decima vittima di Elio Petri, una misteriosa catena di omicidi manda in crisi l’intelligence americana, che invia in Italia in missione un ex astronauta freddo e tetragono, il quale tra Napoli a Roma, pedinato a distanza da altri agenti di supporto e portando elettrodi sul petto per misurare ogni possibile alterazione dei parametri vitali, ripercorre le orme delle vittime – quasi tutti turisti americani morti in modo poco chiaro – in una “missione di simulazione” che secondo gli scienziati dovrebbe ricreare le condizioni dei crimini, spingendo l’assassino o gli assassini ad agire ancora. Durante la missione l’uomo si trova coinvolto (casualmente? volutamente?) in un attentato terroristico nel super-moderno Aeroporto di Roma, ironicamente appena inaugurato all’insegna della sicurezza più rigorosa e la sua ricerca dei segni del complotto in atto si fa ancora più difficile. Ma questo complotto esiste davvero? O è solo una sovrastruttura, un’illusione? Nel genere noir, thriller, giallo o nelle spy-story di solito lo sforzo degli autori è immaginare uno schema, una simmetria e nasconderla nel caos da cui il protagonista (e con lui il lettore) la estrarranno, come una linea musicale sommersa da un rumore di fondo che piano piano si evidenzia. Stanislaw Lem, genio polacco della fantascienza, fa in questo Febbre da fieno l’esatto contrario, ovvero parte da uno schema che le autorità intravedono in una serie di morti sospette e lo smonta poco a poco: e se la presunta cospirazione fosse solo una manifestazione delle leggi della natura, fosse solo frutto del caos imperante nell’universo? La civiltà è diventata così complessa, sostiene Lem, che ha chiuso il cerchio andando oltre la razionalità e consegnandosi di fatto di nuovo alle leggi del caso. I protagonisti si illudono di poter comprendere e controllare la realtà e invece vagano in balia di essa, vedendo simmetrie dove non ce ne sono affatto. Thriller filosofico di certo assai lontano dai canoni del genere e abbastanza lento e macchinoso, Febbre da fieno è un libro paradigmatico dell’opera di Lem, nel senso che il polacco è sempre stato uno scrittore – sebbene universalmente noto tra gli anni Sessanta e Settanta grazie soprattutto alla versione cinematografica del suo romanzo più celebre, Solaris, da parte di Andrej Tarkovskij – molto amato dalla critica e dagli accademici e un po’ “temuto” dal pubblico di genere, poco abituato al rigore senza compromessi che ha sempre caratterizzato la sua scrittura e la sua invenzione.