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Femminili singolari

Femminili singolari

Nel febbraio del 2016 un bambino di otto anni ha scritto all’Accademia della Crusca per chiedere come far inserire nei dizionari un aggettivo da lui creato, petaloso: la Crusca ha risposto spiegandogli che “l’aggettivo era ben formato […], ma che per entrare nei dizionari […] una parola deve rispondere a tre criteri oggettivi: essere usata da un numero sufficientemente alto di persone, per un periodo sufficientemente lungo e, se possibile, in contesti differenziati”. A oggi quell’aggettivo non è entrato in uso, ma ciò non dimostra che non potrebbe farlo: gli enti che monitorano la lingua hanno una natura più descrittiva che prescrittiva, e le lingue sono mutevoli, così come lo sono sempre state e sempre continueranno a esserlo. Certo, c’è una differenza tra la lingua ufficiale e il parlato, esistono regole che non possono essere scardinate dall’oggi al domani, e questo vale soprattutto per l’ortografia e la sintassi. Ma il discorso è fa più complesso quando si parla di genere: oggi si discute tanto della possibilità di declinare al femminile sostantivi finora usati soltanto al maschile per l’unico motivo che indicano ruoli e professioni storicamente maschili; ma cos’è la storia, se non la registrazione di un perpetuo divenire? Non c’è alcun motivo razionale per differenziare “un maestro” da “una maestra” ma rifiutarsi di fare altrettanto con “sindaco” e “sindaca”: è una questione di abitudine. In alcuni casi si può avere l’impressione che il risultato sia buffo o “cacofonico” (se può esserlo una singola parola): ma possiamo davvero bandire “architetta” perché contiene la parola “tetta”? “Assessore” non contiene forse “sesso”? Ci imbarazza forse che il Parlamento abbia dei “membri”? È solo una questione di uso, abitudine e buon senso, e di saper distinguere le storpiature dall’inevitabile evoluzione della lingua...

Femminili singolari è un “saggio pop” divertente, discorsivo e convincente. In un periodo caldo per quanto riguarda le questioni e le politiche di genere, e sull’onda di un nuovo femminismo pragmatico e accessibile, per cambiare le cose è necessario innanzitutto ragionare sulla lingua, sull’uso che ne facciamo e su quanto essa influenzi le nostre azioni e la nostra forma mentis. In tal senso, il saggio di Gheno risulta efficace quanto esaustivo. L’impostazione è dinamica e multiforme: piccole lezioni di sociolinguistica si alternano all’analisi di numerosi esempi riportati dal web (in particolare da Facebook e Twitter), quasi sempre nel contesto di confronti personali dell’autrice; viene approfondito quel lessico ormai imprescindibile nella trattazione delle questioni in cui linguistica e femminismo si compenetrano, ma vengono anche segnalati quei criptosessismi in cui tutti rischiamo di incappare, come ad esempio chiamare signora una professionista nel suo contesto lavorativo; e ancora, viene dimostrata l’evanescenza di argomentazioni che già dopo pochi anni appaiono anacronistiche (vedi deputata). Uno dei sotto-capitoli più illuminanti riguarda la questione del femminicidio, una “parola che a molti fa storcere il naso”, ma che indica un fenomeno specifico e reale, ben definito attraverso alcuni dati statistici e l’analisi della narrazione giornalistica “romanzata” (e assolutoria) di un recente caso di cronaca. Ai singoli casi fanno da contrappunto i cardini della questione, come quando l’autrice rileva la natura profonda di certe polemiche: “[…] il problema non si pone tanto per lavori medi, percepiti come normali, come potrebbero essere il/la estetista o il motivatore/la motivatrice, quanto per incarichi di prestigio oppure cariche istituzionali: danno dunque ‘scandalo’ forme come ministra, sindaca, ingegnera, assessora, magistrata eccetera. E questo è un primo segnale interessante del fatto che la questione, nella percezione comune, non è esclusivamente linguistica, quanto sociale: perché un nuotatore e una nuotatrice vanno bene, ma un rettore e una rettrice no? O perché sindaca sarebbe sbagliato, laddove esistono da sempre cariche femminili per le quali non c’è nessun dubbio, come regina o imperatrice?”. Per l’autrice “in questo momento storico entrambe le posizioni sono accettabili, sia quella di declinare i femminili professionali […], sia quella di non declinarli”, ma dev’essere chiaro che la seconda posizione è comunque “una posizione di resistenza […] a un cambiamento tutto sommato naturale”. Bisognerebbe insomma lasciare che la natura faccia il suo corso e vedere se i neologismi si installano spontaneamente o meno (a patto che siano davvero dei neologismi: femminicidio, per dire, vanta una prima attestazione risalente al 1888). Per anni collaboratrice dell’Accademia della Crusca, Vera Gheno si definisce una “social-linguista” e non a caso in Femminili singolari dedica molto spazio proprio al modo in cui andrebbero affrontate le discussioni online riguardanti i legami tra linguistica e femminismo, discussioni che non di rado innescano manicheismo e aggressività (complice quel sempre più diffuso effetto Dunning-Kruger che spinge molti utenti a ignorare il confine tra competenza e nozionistica, e a insultare pubblicamente – su una bacheca virtuale – chiunque abbia una certa autorevolezza). Ma “L’astio rivolto a una qualsiasi istituzione che si occupi di lingua […] è decisamente maldirezionato”, perché “i parlanti sono gli unici responsabili dello stato di salute del proprio idioma”.