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Figli della favola

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La piccola fattoria situata nella parte basca della Francia e che ospita la loro clandestinità non è altro che un misero allevamento di galline governato dal corpulento fattore Fabien e da sua moglie Guillemette, che a stento mastica qualche parola di castigliano. Ma queste sono le disposizioni impartite dall’ETA per Asier e Joseba, due giovani baschi aspiranti attivisti in attesa di ricevere ordini e così cominciare la vera lotta sovversiva e salvare Euskal Herria, la terra dei popoli baschi. Il tempo passa lento e Asier e Joseba, che ha lasciato a casa una fidanzata incinta scomparendo senza nemmeno salutarla, si sentono quasi dimenticati, tanto chiedersi: “Siamo dell’ETA, sì no? Siamo sulla strada. Tutti questi mesi e ancora non abbiamo imparato a usare un’arma. Ci si addormenterà la mano”. In effetti, hanno l’aria degli sprovveduti in attesa di ordini. Si tengono in allenamento con piccole corse mattutine e finti attentati con martelli al posto di pistole e galline che sostituirebbero le vittime ma che i due non riescono a giustiziare. Finché anche alla fattoria non giunge la notizia che l’ETA ha annunciato la fine della lotta e lo scioglimento delle cellule. Dunque cosa fare? Tornare a casa? Nemmeno per sogno. Asier e Joseba, sentendosi traditi, decidono di formare la loro piccola organizzazione sovversiva con l’obbiettivo di compiere una prima azione dimostrativa che li faccia conoscere al mondo e raduni attorno a sé gli attivisti smarriti. Dopo aver rubato la barca dei due allevatori di galline, i due intraprendono un viaggio rocambolesco per ritrovare il compagno Txalupa e recuperare finalmente un’arma vera. L’incontro con María Cristina, bella e attivista convinta, sembra dare speranza al loro piano, che tuttavia non riesce mai a trovare la forma della lotta vera, riducendoli ogni volta al rango di topi d’appartamento e miseri ladri inesperti…

Un po’ serio, un po’ comico, questo romanzo sembra un 45 giri che non riesce ad arrivare alla fine della canzone. Il solco dei poveri Asier e Joseba, lato A e lato B dello stesso disco, si è interrotto e la musica s’incanta sempre nello stesso punto. Sprovveduti, inesperti ma pieni di buona volontà, i due giovani aspiranti attivisti non riescono mai a concretizzare i loro piani tanto che sin dall’inizio si ha il sospetto che il loro attendere in una piccola fattoria sul confine franco-spagnolo sia un esilio forzato, un allontanamento di due cellule potenzialmente dannose, più che un rifugio sicuro dove attendere il risveglio e l’azione. Se Anni lenti raccontava l’inizio dell’ETA e della sua fase violenta, con Figli della favola Ferdinando Aramburu, Premio Strega Europeo grazie al romanzo Patria, sceglie di raccontare invece la fine dell’organizzazione terroristica basca, e lo fa dal punto di vista della base di una piramide ormai vuota. Asier e Joseba sono gli ultimi tra gli ultimi, forse nemmeno graditi ai vertici che ne hanno intuito le potenzialità dannose. Ma il loro entusiasmo non si spegne. “Che problema c’è? Siamo allo stesso tempo la direzione e la militanza. Con un po’ di ordine e di gerarchia portiamo avanti la faccenda.” Questo è il loro nuovo motto che però si scontra con la la totale inesperienza e la scarsa capacità di concretizzare un’idea che non sanno tradurre in fatti. Lontani dall’essere pericolosi se non per loro stessi, ogni giorno di più sembrano trasformarsi in una versione moderna di Don Chisciotte e Sancho Panza, sempre più preda delle loro visioni che nessun altro riesce a vedere.