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Figli della nuova India

Figli della nuova India

Quando inizia la sua carriera universitaria, Arun ha ancora vivido il ricordo delle sue origini. Le ha incise nella carne e sono ben evidenti dall’esterno, come estreme conseguenze di un’infanzia tutt’altro che infanzia. Anche se gli sembrano così lontani quei momenti di privazione e nulla cosmico, adesso ha finalmente in mano il suo futuro. Con l’ingresso all’Indian Institute of Technology aveva finalmente acquisito il passaporto per i suoi sogni, la speranza di un futuro migliore. Anzi, più che speranza la voglia incontenibile di avere tra le mani fama e successo. Il suo personale riscatto. Eppure le cose non sono andate come sperava. Non è riuscito ad abbandonarsi alla stessa sfrenatezza dei suoi compagni, continuamente terrorizzato dalla possibilità di essere smascherato e additato come intruso. Ecco perché ha deciso di ritirarsi con la madre in un villaggio sperduto sull’Himalaya, a dedicarsi, beata solitudine, al suo lavoro di traduzione. Una beata solitudine, almeno finché non viene raggiunto da Alia e dalla sua folle idea di raccogliere del materiale per scrivere un libro sui vecchi compagni della celebre università di Dehli...

I figli della nuova India sono le nuove generazioni che possono sperare in un riscatto sociale grazie allo studio. Arun, il protagonista dell’omonimo romanzo del saggista e attivista indiano Pankaj Mishra, è uno di loro. La sua vita si incrocia con quella di Aseem e Virendra a metà degli anni Ottanta, in quello che era considerato il fulcro del riscatto: l’Indian Institute of Technology. Pankaj Mishra racconta la storia di una generazione attraverso lo stesso racconto di Arun, cercando di approfondire temi sociali e culturali di una società estremamente legata alle tradizioni. Ci troviamo di fronte all’escamotage del racconto nel racconto, che tuttavia a tratti confonde, rendendo a volte la lettura complicata, nel tentativo di orientarsi nel susseguirsi delle pagine e del racconto stesso. Arun rappresenta una faccia della medaglia, quella non riuscita. Racconta a tratti con invidia, a volte con tenerezza, l’evoluzione della sua storia e di quella degli amici. Virendra e Aseem sono quelli che ce l’hanno fatta, probabilmente a caro prezzo. O forse no. Anche in questo caso il giudizio diventa estremamente personale: il riscatto da una vita da emarginati, scendendo quasi a patti con il demonio e con tutto ciò che ne consegue, o il rispetto delle tradizioni. Non esistono vie di mezzo. A tratti respiriamo un’aura di rinuncia, la negazione della sfumatura di grigio. Possibile? Giusta? Chi può dirlo. Pankaj Mishra osserva e descrive dall’interno la delicata trasformazione del suo paese, che passa attraverso quella di una generazione. Un cambiamento che, sembra, debba passare dalla negazione. Nel tentativo di trovare la pace, prima di tutto con se stessi.