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Figli, figlie

Figli, figlie

Sull’importanza della vista non si è poi mai tanto soffermata. Non che non la ritenga una cosa fondamentale, ma si dà per scontato quello che si possiede. Poter roteare le pupille, seguire con la testa lo sguardo, socchiudere gli occhi e portare una mano davanti al viso se la luce è troppo forte… tutte cose abbastanza comuni e basilari, ma che adesso appartengono a un’altra vita e a un altro corpo, e sembrano conquiste titaniche. È distesa sul letto, lo sguardo non riesce ad andare lateralmente, verso la finestra. Il soffitto bianco lo conosce a memoria. L’orizzonte visivo si amplia solo quando, come una bambola di pezza, la sollevano e la siedono sulla sedia a rotelle speciale, di fronte la finestra. Fino ad ora è stata abbastanza fortunata: le infermiere, anche se talvolta con poca grazia, hanno sempre evitato che la testa fosse inclinata all’ingiù, legandola a quella seduta. Eppure non sempre quella vista le procura piacere. Non capisce come possa essere di conforto a persone come lei, “incastrate nella sala d’attesa della morte”, vedere quello che un tempo era la normalità e che adesso invece ha solo il gusto di qualcosa di orrendamente sarcastico…

“Da noi i tempi bui si tramandavano da sempre e immancabilmente per linea femminile. Mia nonna li aveva ereditati da sua madre, erano avvolti in un fazzoletto e riposti sotto il materasso pieno di cimici nella casetta di argilla con una sola stanza. […] quando se n’è andata, i tempi bui si sono trasferiti nella stanza da letto della madre di mia madre. Più precisamente nell’armadio, tra gli abiti da lutto. […] Per noi, i tempi bui erano un fine, non un mezzo. […] Una volta che se n’è andata, i tempi bui più attesi si sono trasferiti nel cassetto del comodino di fianco al letto sempre teso e arieggiato di mia madre. […] Aspettava i tempi bui da quando sapeva di esistere, e ora era pronta”. Sono tre donne, tre voci, le protagoniste del secondo romanzo di Ivana Bodrožić. Figli, Figlie è un potente romanzo che si interroga sul ruolo della donna in un mondo patriarcale, che impone ruoli e tappe ben precise. Come anticipato efficacemente dall’immagine scelta per la copertina, la narrazione ripercorre una costante linea di dolore che viene assimilata visivamente a una crepa: simbolo di divisione, di separazione tra quello che è stato e quello che sarà, senza possibilità di ricongiunzione. Il dolore, il trauma che viene tramandato come una eredità tra generazioni, il non trovare riscontro tra l’immagine riflessa nello specchio e quella interiore, la trasformazione dall’essere vittima a carnefice sono i temi del romanzo che si divide in tre parti, ognuna narrata da una voce diversa. La prima è Lucija, intrappolata in un corpo che non è più suo dopo un terribile incidente. Alla mercè di sua madre e delle infermiere, le è rimasto solo l’uso delle palpebre per potersi difendere dal mondo esterno. A Dorian, nato Dora, compagno di Lucija, è lasciata la seconda parte del romanzo. Se nella prima la narrazione è un flusso di coscienza – non nella forma, ma nella costante alternanza di flashback e tempo presente – in questa seconda parte emerge la forza, la volontà e la disperazione di voler rimare sempre fedele a sé stesso, a prescindere da quanto alto sia il prezzo da pagare. Infine, il terzo punto di vista viene offerto dalla madre di Lucija, anch’ella vittima di suo marito e della stessa società patriarcale, che non accetta la relazione della figlia e sfoga su di questa la frustrazione di una intera vita, costretta ad omologarsi in quello che viene definito “normale”. Un romanzo nato dal desiderio “di chiedere scusa a tutti coloro che sono costretti a vivere invisibili, che crescono convinti di non meritare amore, dignità e soprattutto libertà”. Un romanzo che è un “atto d’amore” e che per questo colpisce dritto allo stomaco, accompagnando il lettore per molto tempo dopo la fine della lettura.