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Figlie con e senza madri

Figlie con e senza madri
Mare, e una striscia di spiaggia giù in Puglia. Un mattino, già troppo caldo, d’estate. Due uomini in divisa nera sotto il sole, due bare di metallo grigio, due corpi sulla sabbia ancora bagnati di annegamento. Qualche curioso e un giornalista. Sembrano cinesi, forse madre e figlio: “non se ne può più, veniamo qui con le famiglie per stare tranquilli e guardi cosa ci tocca vedere”. Appena più in là, Irene, come al solito, parla da sola: “Ecco, la ricetta ce l’ho”. Peperonata. “Ingredienti per quattro persone. Ci fosse mai una ricetta per una persona. Allora, ingredienti per quattro pasti di una single”. Solo che stavolta, nell’intervallo tra “tre peperoni di media lunghezza” e  “sale, paprika, cuocere per 40 minuti”, Irene decide che 40 anni è l’ultima occasione per essere mamma. Anche da sola, ma andrà fino alla fine. Risalendo ancora un po’ più su, c’è Susi, che siede con le gambe allungate, i piedi nei calzini arrotolati, buttati a caso uno qua e uno là sul pavimento. Sono i suoi? Cinque mucchietti sul tavolo, ben allineati. Uno per Francesco, che se non se ne fosse andato, oggi sarebbero 30 anni. Uno per i figli, quelli nati, che se vanno anche se sono ancora lì. Uno per il figlio non nato, perché c’era ancora la scuola da finire. Uno per il coraggio che non è venuto, perché cosa dirà la gente di una che lascia così la famiglia e i figli. Infine uno solo per sé, “carne vizza cuore vizzo, niente da fare niente da sperare”, solo 5 mucchietti di pastiglie di Tavor. Ancora più su, all’inizio di tutto, quando Ilaria, occhi grandi e attenti da bambina, si incanta a guardare un airone che batte le ali così lento da sembrare immobile, è la terra a scorrere sotto di lui. “Ti farò vedere dove si posa, vieni”. Ed è un niente dare la mano a quell’uomo, è solo innocenza, purezza...
Il mondo femminile declinato su tre generazioni è il protagonista assoluto di questi racconti di Anna Vezzoni, già diversi altri pubblicati e riconoscimenti all’attivo. Un collage di brevi o brevissime storie, spesso appena abbozzate, ma a tratti netti, di mano fermissima, di un realismo essenziale, spigoloso, tagliente, tutte rigorosamente coniugate al tempo presente, come fotogrammi, ma un presente tanto simile a un sempre generico e indefinito. Un mondo fatto di solitudine, sofferenza dell’anima e non solo, di piccole cattiverie da bambine, di madri e figlie lontane o morbosamente vicine, di incomunicabilità, come dice Susi preparando i suoi mucchietti: “per tutti i figli che se ne vanno e anche se non se ne vanno non ti raccontano più nulla e tu non sai più raccontare nulla a loro e l’età delle favole finisce presto”. Non che siano assenti attimi di gioia, di speranza, di fiducia, di forse amore, ma senza nessuna possibilità di condivisione, senza allegria, senza sorrisi che in controluce non si trasformino in un ghigno sdentato e sgraziato, a monito di un rendiconto caro che si dovrà pagare o che è già stato duramente pagato. Come se ognuna di queste protagoniste risentisse a mo’ di macchia, di peccato originale, di una purezza irrimediabilmente perduta (l’argomento appunto del primo racconto). Come se ognuna di queste protagoniste lo fosse solo per caso e a tempo strettamente determinato, una pagina o poco più.