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Figlie della maledizione

Figlie della maledizione

La famiglia Falodun è una stirpe di donne nigeriane residenti a Lagos su cui grava, da generazioni, una maledizione che le condanna all’abbandono sentimentale da parte degli uomini. La maledizione ha avuto origine con Feranmi Falodun, antenata mitica della famiglia, che sedusse un uomo sposato e fu a sua volta maledetta dalla prima moglie di lui: da allora, l’albero genealogico dei Falodun è diventato una successione di madri sole, abbandonate dagli uomini che amano, quasi sempre con una figlia femmina che perpetua suo malgrado il destino delle antenate. Monife, figlia dell’ultima generazione dei Falodun, si è appena suicidata, annegandosi, dopo aver lasciato un messaggio disperato. Il giorno del suo funerale, Ebun, sua cugina, che vive nella stessa casa, dà alla luce una bambina, Eniiyi, anche se manca ancora un po’ alla data prevista del parto. La piccola, crescendo, manifesta un’inquietante somiglianza fisica, nelle movenze e nelle caratteristiche con la defunta zia, al punto da interrogarsi sulla propria identità e sulla possibilità di essere la sua reincarnazione. Vivono tutte nella casa di famiglia che il bisnonno Kunle, pur dicendo che non crede alla maledizione, ha voluto, facendo in modo che ci fosse una stanza per ognuna delle sue sei figlie. Da quel momento in poi le donne di tutte le generazioni successive a Feranmi hanno sempre fatto ritorno nell’abitazione di famiglia dove si sono accumulati oggetti e foto appartenenti a ciascuna. Solo di Monife, al momento della sua morte, sono state tolte tutte le fotografie…

Con il suo romanzo d’esordio Oyinkan Braithwaite si è affermata come una delle voci più originali della narrativa africana. A distanza di sette anni, torna con Figlie della maledizione, selezionato come Read with Jenna pick e Book of the Month, nella shortlist dei Nero Book Awards 2025 e nella longlist del Goodreads Choice Award 2025. L’attesa era considerevole e il romanzo, pur non raggiungendo l’immediatezza folgorante del debutto Mia sorella è una serial killer, rivela una scrittrice maturata sia sul piano tematico che su quello strutturale. I capitoli si muovono avanti e indietro nel tempo, attraversando il periodo dal 1994 al 2025 e alternando le prospettive di Monife, Ebun ed Eniiyi. Questa architettura non lineare risponde a una precisa intenzione autoriale. Come ha dichiarato in un’intervista per NPR: “Ho giocato con la maledizione su molti livelli diversi. Da un lato, l’ho trattata per quello che era — una maledizione nella sua forma più pura e fantastica. Dall’altro, l’ho avvicinata dalla prospettiva del trauma transgenerazionale e di come esso si trasmetta da figlio a figlio e anche dall’idea di una profezia che si autoavvera”. Questa ambiguità è il vero cuore del libro. Braithwaite non offre mai una risposta alla domanda: la maledizione esiste davvero, o è la credenza stessa a generare le sventure? Si rifiuta di risolvere questo nodo: il romanzo permette al credente e allo scettico di coesistere nello stesso spazio. La dimensione religiosa e culturale è trattata con rara onestà. Il romanzo mostra il dualismo spirituale tipico di molte famiglie nigeriane in cui la fede cristiana convive con la consultazione delle figure tradizionali di guarigione e profezia. L’autrice intreccia il folklore yoruba con il pettegolezzo di Lagos, il dramma domestico con la critica sociale, le profezie soprannaturali con quelle autoavveranti, costruendo storie di donne che vanno ben oltre la dimensione individuale. Il romanzo allarga la traiettoria letteraria di Braithwaite, confermandola come scrittrice capace di muoversi con disinvoltura tra il realismo magico, la critica sociale e la narrazione psicologica. La sua Lagos è un luogo in cui il soprannaturale e il quotidiano si compenetrano.