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Figlie di Eva

Figlie di Eva

Iran. La storia iraniana è come un grande tappeto, fatto di molti fili intrecciati. E ciascuno di questi fili porta un nome. Si tratta di attiviste politiche, insegnanti, avvocate, sportive e scrittrici che hanno dato voce a un’unica necessità: rivendicare i diritti delle donne, che dovrebbero essere gli stessi per tutte. C’è la prima donna e prima musulmana a ricevere il premio Nobel per la pace. L’anno è il 2003 e lei è Shirin Ebadi, magistrata e fondatrice insieme ad altri avvocati del Defenders of Human Rights Center, organizzazione per la difesa dei diritti umani in Iran. C’è Neda Agha Soltan, uccisa nel 2009 a Teheran durante le manifestazioni dell’Onda Verde; c’è Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana e attivista per i diritti delle donne, condannata nel 2019 a oltre trenta anni di carcere e centoquarantotto frustate, rea di aver assunto la difesa legale delle donne arrestate nel 2018 dopo aver manifestato pubblicamente contro l’obbligo del velo. Ce ne sono molte altre e tutte hanno dedicato la vita al bene della loro società, quella in cui le donne hanno diritto al voto dal 1963, ma per la legge della Repubblica Islamica valgono la metà di un uomo… Afghanistan. Il burqa, per le donne afgane, è la normalità. Si tratta di un obbligo più o meno formale che non rappresenta soltanto un indumento tradizionale. Per le limitazioni che impone a chi lo indossa non può essere paragonato al chador o all’hijab, ma al pari di questi ultimi è un simbolo, quello del potere maschile sulla donna, intesa come un essere – si badi bene, un essere e non una persona – da sfruttare, marginalizzare e nascondere. E, se non fosse che sono portatrici di vita, forse anche da eliminare…

Liliana Faccioli Pintozzi – giornalista di origine romana nomade per natura – si considera una donna fortunata, e non tollera che sia così. Lei ha potuto e può vivere la vita in tutte le sue potenzialità: si è potuta permettere di studiare, esplorare il mondo, lavorare, scegliere un certo tipo di vita piuttosto che un altro senza doversi preoccupare di giudizi critici altrui. E allora perché esistono realtà in cui operare una sola di queste scelte deve essere considerata una fortuna? Non è tollerabile dover considerare fortuna il fatto che la legge non consideri la donna un essere umano di categoria inferiore proprio in quanto tale. Da una simile urgenza nasce l’esigenza di scrittura dell’autrice, che raccoglie in questo volume le testimonianze e i racconti di tantissime donne: premi Nobel, attiviste, giornaliste e diplomatiche. Che siano costrette a indossare un burqa o private del diritto di operare scelte che riguardano solo e soltanto loro stesse poco importa: quel che le accomuna è il fatto che i loro diritti sono i diritti di tutte le donne e, quando anche solo una di esse ne viene privata, allora la ferita va condivisa e la lotta per la riconquista diventa una battaglia comune. Sono pagine dure quelle in cui viene raccontata la sorte di giovani ree unicamente di aver fatto sentire la loro voce; ma sono pagine che vanno lette e rilette, perché raccontano una verità intollerabile per qualunque Paese. Ogni forma di discriminazione è una barbarie. Quella che si basa sul genere sessuale lo è ancora di più.