A volte i ricordi le tornano in mente e la intrappolano. Le appare davanti una bambina dai capelli dorati che porge un mazzo di fiori di campo ad un uomo vestito in abito da cerimonia. Lui si china gentilmente su di lei facendole ombra col suo corpo. Il cervello umano sembra sia incapace di ricostruire i ricordi dei propri antenati, non basta il patrimonio genetico per renderli vividi. È la storia della sua famiglia che vuole narrare, affinché non vada persa. L’inizio della scrittura è casuale: un commento, un odore, un suono ripetuto. Adesso è pronta a raccontare di quella bambina che si chiama Victoria e della sua vita straordinaria, che si accompagna anche alla sua. Per farlo ha bisogno di isolarsi, ci vuole una stanza della scrittura e la trova al residence Mishkenot Sha’ananim. È stato Boaz, l’uomo della sua vita, a spingerla a scrivere: è per il suo bene, è per chiudere un cerchio e i conti in sospeso col passato. Adesso è stesa sul letto, gratificata dal tocco fresco e leggero delle lenzuola, chiude gli occhi e vede la sua amata nonna Edwarda. È sempre stata lei a sobbarcarsi il passato di famiglia, è da lei che ha imparato che il ruolo dei morti è tornare da noi. La sente che la chiama: “Alexandra”…

Shifra Horn è una tra le più affermate scrittrici israeliane. In Figlie di Gerusalemme racconta la storia di quattro generazioni di donne gerosolimitane, la cui voce narrante è Alexandra Davidovitch, una quarantenne sensibile e colta. È grazie all’adorata nonna Edwarda, indiscussa custode della memoria familiare, che decide di narrare la storia della sua famiglia. Per poter scrivere ha bisogno di una stanza tutta per sé, citando la Woolf, e la trova in un residence nel quartiere dove i suoi avi vissero. Rinchiusa lì con il suo PC inizia ad intrecciare passato, presente e futuro. Dall’epoca ottomana fino al Novecento inoltrato, passando per la Londra vittoriana, si snodano così le vicende di Gershon e Shoshana, i genitori di Victoria, di Victoria stessa, di sua figlia Edwarda e infine di Abigail, madre di Alexandra, che soltanto alla fine farà alla figlia un’importante rivelazione, nonostante il loro complicato rapporto. Pur non essendo un’autobiografia né un’opera storica, possiede tanti riferimenti alla grande Storia. La guerra di Crimea e quella mondiale, i pogrom in Russia, il mandato britannico della Palestina, l’epidemia di colera a Gerusalemme sono solo alcuni degli eventi storici che si susseguono sullo sfondo delle vite delle protagoniste, che si intessono con quelle di personaggi famosi, come l’infermiera Florence Nightingale o il principe ereditario inglese Edward, poi Re Edoardo VII. Shifra Horn intreccia due linee narrative, infatti, nei vari capitoli di Figlie di Gerusalemme si alternano i racconti in prima persona della scrittrice Alexandra, forse un po’ ridondanti, che descrivono il proprio processo creativo e la difficoltà di scrivere e i capitoli del suo romanzo, che documentano la storia decennale della sua famiglia. Le cinque donne sono accomunate dall’incontro con uomini, paragonati a comete, che appaiono brillanti per poi sparire, lasciandole sole a sopportare le necessità quotidiane e i rovesci della fortuna. Questo però le renderà donne perseveranti, ingegnose, indipendenti e libere. Gerusalemme non fa solo da sfondo alla storia, ma emerge a pieno. È la città in cui le protagoniste si trovano a vivere non è la Yerushalaym sacra, ma una città che soffre, lotta e tenta di resistere. Per Victoria, rappresenta una terra promessa carica di memorie dolorose. Per Abigail, madre tormentata di Alexandra, è uno spazio di crescita incompleta. E per Alexandra, è una forza magnetica che attrae e respinge, una città che promette guarigione ma ricorda in modo incessante che nulla potrà mai essere completamente sanato. Tra i vari temi c’è anche quello della storia dei filantropi di Israele, come: Moses Montefiore, Edmond James de Rothschild, Judah Touro. Questi uomini verso la metà dell’Ottocento acquistarono dal Sultano, grandi quantità di terreno fuori dalla città di Gerusalemme per costruire case, opifici, per dare la possibilità di una vita dignitosa agli ebrei migrati dai paesi arabi o dalla Russia dei pogrom. Shifra Horn ha affermato: «Il mio mentore e maestro Amos Oz affermava che per scrivere un libro devono essersi avverate due condizioni: un’infanzia difficile e una nonna che racconta le storie. Quelle due condizioni in me si sono realizzate», e con Figlie di Gerusalemme lo dimostra ampiamente.