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Finché non tornerà la pioggia

Finché non tornerà la pioggia

È agosto, da dodici anni non piove in quella valle desertica israeliana. Vecchi oleandri dividono i campi di mandorli del kibbutz da quelli degli Shteinman, coltivati a granturco. Sui loro campi piove, come se il cielo avesse scelto chi dovesse prosperare e chi no. Gli abitanti del kibbutz guardano sconsolati i campi devastati, l’erba medica rovinata dagli insetti, il grano assetato che secca, i frutti che appassiscono. Non meritano questo castigo, è possibile che tra loro non ci sia nemmeno un Giusto? Ai figli hanno insegnato altri mestieri, l’agricoltura non rende. Ecco fiorire all’ingresso del paese nuovi cartelli che pubblicizzano: vestiti vintage, torte fatte in casa, gioielli artigianali, camere a ore. Nessuno se ne va, nessuno lascia questo paesino, qui la qualità della vita è migliore che in città, dicono i giovani, che lavorano come muli, lasciando i figli ai nonni. Solo gli anziani ricordano il dolce suono dell’ultima pioggia ristoratrice del terreno: loro, i pionieri del kibbutz. Da allora tutto è cambiato. Nuovi abitanti sono arrivati attratti dalla vita tranquilla, invasori veri e propri, che portano usi e costumi cittadini in questa valle solitaria. Bisogna piegarsi a questo per non soccombere, abbellire il paese con fiori e riverniciare le case da bravi imbonitori. Arrivano architetti famosi da Tel Aviv per costruire casette tutte uguali, come tanti cubi vicini, con tetti piatti senza tegole e giardini che non sopravviveranno, tanto è cara la bolletta dell’acqua. Gli abitanti, i fondatori del moshav, si sono tramutati nella Squadra folclore e intrattenimento. Tutte le feste sono celebrate in pompa magna, le tradizioni attraggono gli invasori cittadini. Gli anziani non credono che questo salverà il paese dalla rovina, ma i loro figli pensano di sì, dicono che bisogna evolvere, coltivare biologico e allevare gli animali con razionalità. Gli anziani, incrollabili, aspettano la pioggia e quando arriverà cacceranno gli invasori cittadini, poi, rimetteranno in riga i loro figli dalle idee strampalate. Quando arriverà la pioggia che porterà via la polvere delle fessure, alzeranno orgogliosi il capo per riconquistare il loro posto. Il loro tempo non è ancora finito...

Finché non tornerà la pioggia è il romanzo di esordio di Saleit Shahaf Poleg. I luoghi che descrive ben li conosce, infatti ha passato la sua infanzia a Be’er Sheva e l’adolescenza in un moshav nella Valle di Jezreel, nel nord di Israele. È un romanzo familiare coinvolgente e per nulla scontato, dallo stile scorrevole e chiaro. Siamo a pochi passi da Tel Aviv, in un villaggio rurale simile a tanti altri. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, dove i fenomeni atmosferici determinano la buona riuscita dei raccolti o la loro rovina e che all’epoca dei fatti sta soffrendo la siccità più nera. Sono passati dodici anni dall’ultima pioggia, come dodici anni sono passati da quando si è svolto un misterioso funerale a cui nessuno degli abitanti ha partecipato. Una cerimonia rituale, col drappo di velluto attorno alla salma, che celebrava una fine e che è stato l’inizio di tutta la storia. La famiglia Shteinman è al centro del romanzo, durante la lettura si seguono i loro punti di vista, quello che è successo in passato e quello che sta succedendo adesso, accenni a maledizioni, segreti e timori che qualcosa di infausto possa ripetersi. A contorno ci sono segreti più loschi, che riguardano l’insediamento e soprattutto la poca acqua a disposizione che viene razionata e fatta pagare fior di soldi dai fraudolenti gestori dei contatori. Le donne della famiglia Shteinman sono diverse e ben caratterizzate dall’autrice. Nonna Sofie, che incarna l’archetipo della madre forte, generosa, regina della casa, disposta a qualsiasi sacrificio, anche a barattare la propria anima in punto di morte per un miracolo a favore dei suoi cari. Sua sorella Zipa, che ha lasciato alla nipote Yael la sua casa. Le tre figlie del nonno e della nonna, due sono morte, e la terza è a Londra per un anno sabbatico. Quest’ultima è madre di due figlie che rappresentano la generazione più giovane, Yael e Gali, che tornano a vivere nel villaggio dopo anni. Yael è incinta col rischio che il suo bambino possa avere una malattia genetica, vuole ristrutturare la casa ereditata dalla prozia e farne un bed & breakfast. Gali intende sposarsi proprio lì, dopo anni passati in Canada e vuole un’atmosfera campagnola per le sue nozze sempre in bilico. Siamo davanti a un libro assolutamente armonioso e godibile, dalla tematica forte, a cui si alternano passaggi ironici e punte tragicomiche. Non ci sono riferimenti alla storia del popolo ebraico e neppure alla religione. Finché non tornerà la pioggia è il ritratto struggente di una comunità al confronto con ciò che rimane del grande slancio sionista e della corsa verso la modernità.