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Fino alla fine

Fino alla fine

Claudio D’Onghia, viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali, da qualche minuto è uscito da una delle sedi del suo ministero in via Prati. Ad accompagnarlo una fastidiosa emicrania e un senso di preoccupazione alla bocca dello stomaco che non riesce a scrollarsi di dosso. Qualche settimana fa è stato attaccato duramente dalla stampa sulla questione della Lucchesi SPA di Melizzano – addirittura quei bastardi avevano richiesto le sue dimissioni – ma fortunatamente è riuscito a gestire la questione: al tavolo di discussione con i prossimi acquirenti era riuscito ad ottenere il congelamento del piano d’esuberi, guadagnando così un po’ più di tempo prima del “momento delle scelte inequivocabili”. Ma a logorare il viceministro, in quel pomeriggio afoso di una estate rovente a Roma, non è più quella faccenda ma un’altra, ben più complessa: il siderurgico di Taranto. È stata Giada, la sua portavoce, ad avvertirlo della possibilità che venga affidato proprio a lui il tavolo di crisi. Un tweet del Presidente in cui viene avanzata l’ipotesi ed ecco un pronto un bel siluro con il suo nome sopra e meritato solo grazie alle sue origini pugliesi. Anzi, tarantine. Una questione spinosa – troppo spinosa, pensa mentre accosta la macchina al bordo della Salaria – nella quale il diritto al lavoro si è sempre scornato con quello alla salute, e dalla quale Claudio non riesce a distogliere l’attenzione. Neanche la prostituta appena abbordata riesce a distrarlo: cento euro buttati per dieci minuti da non potersi godere neanche in santa pace...

“Taranto è una città strana. Destinata a essere amata e odiata nella stessa misura in cui l’odio abbraccia l’amore e viceversa. Due serpenti incatenati che si mordono scambiandosi in eterno possesso e veleno”. Sono Taranto e il suo impianto siderurgico ad essere i protagonisti indiscussi di Fino alla fine. Romanzo di una catastrofe, nuovo libro di Angelo Mellone. È la realtà contemporanea del siderurgico a offrire un punto di partenza per lo scrittore, che poi immagina un futuro prossimo nel quale le storie di tre amici - Dindo, Claudio e Gorgo - si intrecciano a quelle dell’ex Ilva. Uno stabilimento in grado di fornire sostentamento e ricchezza ma che pretende in cambio un prezzo altissimo, la salute. Tre storie che incarnano a loro modo la volontà di poter scegliere e che per questo lottano contro l’idea di doversi arrendere a un destino già scritto da altri e non da loro. Ed è in questo che risiede la bravura e la versatilità di Mellone (oltre che giornalista, insegna anche comunicazione politica alla scuola di giornalismo “Guido Carli” LUISS di Roma ed è autore di numerosi programmi televisivi e radiofonici): saper usare sapientemente le voci dei suoi personaggi per ricreare il poliedrico scenario delle spinte contrastanti che ruotano intorno al “mostro” dell’acciaio; la storia di un miracolo industriale nel Sud Italia, di una città divenuta il sogno di una indipendenza operaia ma che in breve tempo si è trasformata in un insalubre incubo. Una narrazione circolare e compiuta a ritroso: la conclusione riporta il lettore al punto d’inizio, mentre nel mezzo c’è la narrazione di un mondo nel quale ciascuno tenta di ricondurre l’altro dalla propria parte, considerata quella “giusta”. Una lettura non semplice, complice la narrazione ricca di flashback e di rimandi politici, ma che restituisce un affresco estremamente realistico di quello che il siderurgico, con le sue innumerevoli contraddizioni, ha rappresentato e continua a rappresentare per Taranto e per tutto il Sud Italia.