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Fino alla fine

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Le trancia il collo con un colpo d’accetta. Lascia cadere la testa in uno dei due secchi e il corpo nell’altro. La porta del fienile è rimasta aperta e una delle galline è uscita: si è piazzata lì davanti a guardarla. Tira fuori il mangime dalla tasca per farla avvicinare. Quando si accovaccia sente male alle ginocchia, all’intero corpo: deve telefonare a Sigrid. Alla fine la gallina non resiste alla tentazione e si avvicina. Lei le accarezza le penne e le lascia finire il mangime prima di abbatterla. Aslak avverte Sigrid che la madre l’ha chiamata per dirle qualcosa a proposito di certe galline. È stanca. Talmente stanca che ogni dialogo, ogni movimento, ogni pensiero richiede uno sforzo. Rimanda il momento di chiamare sua madre e sale in cameretta, dove trova Viljar con l’iPad in grembo: ancora un episodio di Peppa Pig, poi basta. Fa una doccia con due passate di shampoo e con il sapone antibatterico, strofinando l’intero corpo: ci sono sempre batteri che restano attaccati alla pelle e ai capelli, dopo tutti quei pazienti con tosse grassa, piaghe doloranti, prurito ai genitali e pesanti fardelli sull’anima. Certe volte è come se prendessero possesso di lei, con i loro problemi. Quando torna dabbasso, trova Aslak addormentato sul divano. Trattiene l’impulso di svegliarlo, di gridargli in faccia che l’unica con il diritto di poltrire sul divano è lei, ma non ha la forza di fare una scenata: Sigrid per prima non sa cosa vuole davvero. Riprova a telefonare a Mia: non sente la figlia da diversi giorni. Ovviamente non risponde: la immagina con Jens e Zadie, rilassata e sorridente. Resiste all’impulso di urlare alla segreteria telefonica un messaggio sulla profonda ingiustizia del fatto che Jens, finalmente diventato adulto alla veneranda età di quarantacinque anni, si ritrovi con una figlia già matura, dopo tutto il lavoro e l’affetto che lei e Aslak hanno investito su di lei. Ha conosciuto Jens quando aveva diciannove anni. Era appena arrivato in paese per esercitare come medico tirocinante, ed era attraente. Una volta finito il tirocinio, Sigrid ha creduto che tra loro ci fosse un tacito progetto, una vita, un futuro. Non si era resa conto che lui era volubile, fragile, dipendente e danneggiato. Quando era incinta di cinque mesi di Mia, è stato segnalato alle autorità sanitarie per aver firmato troppe ricette di medicinali che potevano dare dipendenza. Nel giro di pochi giorni, Jens aveva deciso che gli serviva un cambio d’aria. Sigrid non ha mai raccontato a nessuno che è stata lei stessa ad accompagnarlo in auto fino a Flesland – incinta, furiosa e innamorata – a prendere l’aereo per il Bangladesh insieme a un’organizzazione umanitaria…

Dopo Una famiglia moderna, con Fino alla fine — la toccante narrazione del difficile percorso attraverso la malattia e le sue conseguenze, un romanzo fortemente pervaso da un senso di “non detto”, ma anche di speranza — la scrittrice norvegese Helga Flatland si conferma acuta osservatrice delle dinamiche familiari e della loro complessità. Fin dai primi anni del matrimonio, Anne ha dovuto accudire il marito Gustav, colpito da ripetuti ictus, trascurando, forse, i due figli ancora piccoli, Sigrid e Magnus. Nonostante il fratello abbia cercato di fare del suo meglio per dare un inquadramento a Sigrid dai dodici ai diciotto anni, il risentimento che lei ha accumulato per il vuoto dovuto all’assenza dei genitori, e in particolare di Anne, si è fatto sempre più profondo. Da figlia ribelle e rancorosa, tuttavia, si è trasformata in studentessa impegnata negli studi in medicina: ora lavora come medico di famiglia, vive a Oslo con il compagno Aslak, con il figlio di quattro anni Viljar, e con Mia, la figlia diciannovenne avuta da una precedente relazione. Da quando il padre di Mia è tornato in città e ha riallacciato i contatti con lei, la situazione in famiglia si è fatta più tesa e il rapporto con il patrigno si è incrinato. Sigrid sta affrontando questo complicato periodo della sua vita, quando una chiamata della madre cambia tutto: ad Anne è stato diagnosticato un carcinoma al colon in fase avanzata. Come medico, Sigrid si occupa ogni giorno di malattie e di sofferenza, ma in questo caso è la madre ad essere coinvolta e si sente impreparata. Ripensa alla loro relazione, a tutti quegli aspetti irrisolti di cui Anne è ben consapevole: “So che lei è convinta che io le debba delle scuse per l’infanzia che ha avuto, come se fossi stata io a rovinargliela, a distruggere le premesse di un’altra vita, con altre scelte. […] Sono convinta che i suoi ricordi d’infanzia diventino più brutti ogni volta che io non le chiedo perdono, ma è inutile controbattere alla sua memoria, o perlomeno metterla a confronto con la mia”. In effetti, il romanzo — che pur affrontando un argomento così delicato, riesce a non cedere allo sconforto — si sviluppa alternando i due punti di vista di Anne e Sigrid: la stessa situazione è stata vissuta in modi diversi ed entrambe non si riconoscono nei ricordi dell’altra. Alla fine, i rapporti cambiano, i ruoli si ribaltano. Davanti alla prospettiva di perdere la madre, in preda al senso di impotenza, Sigrid sarà in grado di recuperare il tempo perduto, di riparare gli errori, di perdonare, di portare a compimento le cose lasciate in sospeso, di raggiungere una qualche riconciliazione e di accompagnare la madre in questo doloroso viaggio? Siamo persone separate, che costruiscono legami imperfetti. Viviamo perdendo, abbandonando e lasciando andare. E presto o tardi, con maggiore o minor dolore, dobbiamo riconoscere che le perdite sono parte della vita: universali, inevitabili, inesorabili. E necessarie, per poter crescere.

LEGGI L’INTERVISTA A HELGA FLATLAND