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Fino all’ultimo battito

Fino all’ultimo battito

Un ragazzino troppo povero per andare in vacanza passa l’estate nella campagna lombarda, giocando da solo. Corre, salta, si arrampica sugli alberi. Purtroppo però quel 9 luglio del 2004 la sua infanzia finisce bruscamente a dodici anni. È saldamente seduto sul ramo di un albero quando assiste a un terribile incidente, una macchina si schianta a velocità folle contro il muro di una vecchia casa non abitata. Anche dal ramo vede benissimo il volto insanguinato dell’uomo alla guida. È solo, non ha un cellulare, non ci sono case in cui chiedere aiuto a qualcuno; fortunatamente arriva una seconda auto che si ferma e da cui scende un uomo che va verso il ferito, il ragazzino può tirare un sospiro di sollievo. Quindici anni dopo, in un appartamento di Milano, Guido Valenti, vicequestore aggiunto del commissariato di Porta Ticinese, sta passeggiando per la stanza con un fagottino di poche settimane in braccio. Isabella dorme sul divano, sfinita, mentre lui pensa. Quando la donna si sveglia, finalmente riposata, allatta la piccola e la porta nella culla, nonostante sia notte Guido le annuncia che deve uscire per un problema in commissariato, prende portatile e cellulare e in via Sannio non tornerà più. Un mese dopo, la sovrintendente Lucia Piccinni va da Isabella, a cui ha chiesto di aiutarla a trovare qualcuno che dia ripetizioni al nipote: c’è una ex compagna di liceo di Isabella che potrebbe aiutarlo per la chimica. Il problema è che Clarissa Gandini non risponde al cellulare da giorni…

Un romanzo in cui c’è decisamente troppo di tutto e al contempo manca troppo. Troppi personaggi – al punto che alla fine c’è un elenco dei nomi e del ruolo - troppe morti, recenti e passate collegate da fili a volte sottilissimi a volte spessi come funi. Si fatica tanto a seguire l’evolversi della vicenda, un po’ perché i personaggi che entrano in gioco – siamo oltre la quarantina – vengono solo nominati o partecipano a dialoghi che non permettono di capire in che modo siano coinvolti nella storia, un po’ perché gli stessi dialoghi – che siano conversazioni e interrogatori o che riguardino il personale, sono strutturati tutti nello stesso modo. Le procedure giudiziarie e di polizia sono quantomeno fantasiose e seguire le intuizioni del vicequestore nonché dei suoi colleghi amici e parenti è come inerpicarsi su una strada piena di tornanti di cui non si vede la fine. L’autrice, che ha tradotto diversi romanzi per Adelphi e Newton Compton, è al suo quarto romanzo. Il modus operandi è sempre lo stesso: il caso di cui Valenti si occupa – spesso arrivano sulla sua scrivania per vie traverse e non ortodosse – è inevitabilmente collegato a cold case del passato rimasti irrisolti che ovviamente lui riesce a chiudere. L’ultimo rilievo è la mancanza di qualcosa che colleghi le vicende personali dei protagonisti, iniziate evidentemente nei romanzi precedenti, ma di cui, se non si sono letti i libri in questione, non si sa nulla. Ciononostante, la costruzione in capitoli brevi - che ricordano la struttura narrativa di James Patterson - e una scrittura vivace riescono a incuriosire il lettore che solo alla fine, se appassionato giallista, si pone perplesso delle domande e rileva le incongruenze.