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Fiordo profondo

Fiordo profondo

Clara e Haavard, lei funzionario del Ministero della Giustizia, lui pediatra all’ospedale di Ullevål ad Oslo, trascorrono giornate intense impegnati nelle rispettive brillanti carriere. Ma la luce che sembra avvolgerli si spegne dentro casa, dove da anni regnano grigiore, silenzi, incomprensioni, nella totale inconsapevolezza dei figli Andreas e Nikolai, ai quali cercano comunque di garantire una vita tranquilla e senza scossoni. La sera in cui Mukhtar Ahmad, un criminale della zona Svedrups gate, porta in pronto soccorso il figlio di quattro anni, Haavard fa di tutto per salvarlo, ma il bambino viene dichiarato morto. Troppi gli anni di abusi e violenze, su quel piccolo corpo. Il padre scellerato viene trovato cadavere, freddato da un colpo di pistola, nella stanza delle preghiere dell’ospedale. Primo omicidio. Durante il seminario annuale a Lysebu, al quale partecipano Haavard e i colleghi di reparto, viene rinvenuto il corpo privo di vita di Melika Omid Carter, all’interno della sauna. Secondo omicidio. Sono opera di uno stesso soggetto, un tipo come Lasermann, razzista e dalla personalità disturbata? O forse sono riconducibili a regolamenti di conti tra bande rivali di Oslo, riconducibili all’ambiente degli immigrati? Certo nessuna delle due ipotesi può spiegare la morte di Susanne, nella vasca da bagno, ancora con un colpo di pistola. Terzo omicidio. Eppure, c’è qualcosa che lega le tre uccisioni. Le vittime maltrattavano i propri figli, creature indifese in balia di genitori folli che per questo non meritavano di vivere. Haavard di casi di violenza su minori ne vede parecchi in pronto soccorso, Sabiya, collega e amante, detiene una Glock nel cassetto della scrivania a lavoro e Clara ha vissuto un’infanzia difficile. La polizia brancola nel buio, i notiziari cavalcano l’onda dei fatti, e il ministro della Giustizia deve risolvere il problema...

Leggendo Fiordo Profondo si ha davvero l’impressione che Ruth Lillegraven abbia giocato bene con i riflessi dell’immagine patinata - della Norvegia contemporanea e dei personaggi - e l’oscurità che le sta intorno, come dichiarato in un’intervista pubblicata recentemente su “il manifesto”. Attraverso una storia strutturalmente corposa, il cui solido intreccio narrativo è ancorato a un numero consistente di pagine, che consentono al lettore di raccogliere durante la lettura “briciole di Hansel”, alcune più nascoste di altre tra le righe, l’autrice presenta il Paese del Nord come affetto da alcune malattie. Discriminazione nei confronti degli immigrati e diseguaglianze sociali, violenza sui minori – presente un po’ in tutti gli strati sociali -, inquinamento del fiordo. Certo le tematiche sono solo accennate, ma quel tanto da stimolarne una riflessione o una ricerca più approfondita. Interessante sotto questo aspetto è il tema dell’integrazione degli islamici e del multiculturalismo, nonché di una politica più attenta al consenso popolare che alla risoluzione dei problemi. Particolare da evidenziare è che ogni capitolo del libro è scritto in prima persona, secondo il punto di vista del personaggio in questione. Così Haavard e Clara parlano di sé, svelano i propri lati oscuri, nascosti all’altro, le loro differenze. La prosa, piana e misurata, con la giusta dose di freddezza stilistica, agevola senza dubbio la natura del romanzo, contribuendo a creare un’atmosfera di mistero e oscurità, stimolando un’indiscutibile attrazione verso i meandri della psicologia umana. L’abilità della scrittrice fa sì che la voglia di scoprire il responsabile degli omicidi non si ponga tra le priorità del lettore, ma lo accompagni nelle considerazioni di maggior respiro che il testo senza alcun dubbio stimola.