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In fondo al pozzo

Dario è giovanissimo. Ha alle spalle una famiglia “ingombrante”. Suo padre, Peter, si è trasferito dagli Stati Uniti ad Ascoli alla ricerca di una vita migliore, sana, lontana da tutti gli eccessi americani e lontano dal suo passato turbolento. Ma nessuno può cambiare la propria natura, presto o tardi tutte le maschere che faticosamente ci si sforza di indossare sono destinate a cadere. Nonostante il matrimonio con Clara e i loro tre figli – di cui Dario è il maggiore – Peter tornerà ad essere un uomo schiavo dell’alcol, infedele, violento. Suo figlio maggiore, protagonista del romanzo, non fa che assorbire come una spugna tutto il “male”, tutta la violenza, tutta la rabbia, tutta l’infelicità che i suoi genitori gli donano. Comincerà con “uno spinello”, poi passerà alla droga pesante e all’alcol, giù fino alla fine del pozzo. Ma la redenzione è dietro l’angolo. Ci sarà un centro di recupero, ci sarà l’incontro con Ester, sua anima gemella, ci sarà il lento risollevarsi per vivere una vita migliore…
Primo romanzo di Domenico Spadavecchia, scrittore pugliese, In fondo al pozzo ha attirato l’attenzione per la straordinaria somiglianza della sua copertina a quella del più blasonato (e pubblicato dopo) ZeroZeroZero di Roberto Saviano. In molti hanno urlato al plagio. Una delle più grandi case editrici italiane che utilizza la stessa immagine (c’è solo una striscia in più di cocaina) di una piccola casa editrice sconosciuta ai più. Il filo rosso è la cocaina, lo si capisce subito. Nei contenuti poi siamo su due piani diversi: l’autore pugliese scrive un romanzo, Saviano un’inchiesta. In fondo al pozzo racconta una storia semplice, e questo sarebbe un bene se non fosse anche piena zeppa di cliché. I due “tossici” (onestamente non leggevo questo termine da anni) che imboccano la strada della perdizione a causa delle loro famiglie, del peso insopportabile che sentono sulle loro spalle. Nessuna famiglia è perfetta. Se il nesso droga–famiglia fosse sempre così stretto, l’uso di sostanze stupefacenti sarebbe molto ma molto più alto di quello che è ovunque nel mondo. Così come il passaggio tra “lo spinello” – anche questo termine che non si leggeva da tempo immemore – e la cocaina, pare per l’autore una tappa obbligata. Ti fumi una canna? Bene. Non appena la situazione attorno a te si farà più complessa ci sarà la coca ad attenderti. Assiomi da anni Ottanta. Purtroppo la trama del romanzo di Domenico Spadavecchia è traballante, esile, scontata, naif. I personaggi sono un’accolita di luoghi comuni. L’autore, nella sua prefazione, scrive che il “volume nasce in buona fede”. Crediamo di certo alla sua buona fede. E attendiamo speranzosi che Spadavecchia svecchi il suo obsoleto linguaggio, scriva una bella storia e che ci faccia emozionare. Tutto in buonissima fede.