Salta al contenuto principale

Forever Ago - Un quarto di secolo in venticinque album

Forever Ago - Un quarto di secolo in venticinque album

La musica è uno dei modi migliori che abbiamo per provare a tener traccia del passato. Quante volte, in effetti, ci è capitato di ascoltare un brano e, fin dalle prime note, associare a quella musica dei ricordi legati a momenti particolari della nostra vita? E se provassimo a guardarci indietro cosa ci direbbe, la musica di questi ultimi venticinque anni, riguardo a questo quarto di secolo appena trascorso? Ascoltando oggi i dischi usciti a inizio Duemila, come “The Sopthware Slump” di Grandaddy o “Quiet is the New Loud” dei Kings of Convenience, si prova quasi una sensazione di frenesia e di libertà. È come se in quel preciso momento storico il mondo stesse correndo felice e qualsiasi meta sembrasse alla portata. In qualche modo, gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno rappresentato un brusco risveglio da quel momento di inebriante ingenuità, e da allora per certi versi le cose non sono più state le stesse. Anche il settore della musica è profondamente cambiato, sotto i colpi legati alla crescente diffusione di Internet e delle piattaforme di streaming. Nel giro di dieci anni si è passati dal fenomeno Napster, apparso nel 1999, all’esplosione di Spotify, lanciato nell’ottobre del 2008. Le conseguenze sono state dirompenti, se si pensa che la fetta di mercato legata all’utilizzo di supporti fisici è passata dall’80% al 20% nel giro di pochi anni. E questo cambiamento nelle modalità di fruizione si è inevitabilmente ripercosso sulle canzoni, che sono diventate sempre più brevi e immediate, adattandosi a un tipo di consumo veloce e spesso distratto. Anche la classica forma dell’album ha visto sempre più erodersi il proprio tradizionale prestigio, perché adesso il mercato chiede altro: brani corti e non troppo elaborati che possano essere facilmente inseriti in una playlist da proporre sulle varie piattaforme streaming. Immergersi in modo consapevole nell’ascolto per intero di un album, allora, diventa oggi “un vero atto di resistenza, uno dei pochi modi rimasti per negare il consenso a una scansione frenetica del tempo e a una gestione schizoide della propria attenzione”. Un modo per riaffermare il potere della musica, al di là di tutte le facili sirene del mercato…

Venticinque dischi, uno per ciascuno degli anni di questo primo quarto di secolo. Pierluigi Lucadei ci presenta la sua selezione e lo fa mettendo subito in chiaro come le sue siano scelte del tutto personali, che non hanno la minima pretesa di oggettività. Ovviamente, moltissimi sono gli album che non sono riusciti, per un motivo o per un altro, a trovare posto in questa lista così ristretta, e a cinquanta di essi l’autore riserva in effetti un posto “sul podio”, accompagnando ciascuno di essi con un breve commento. Per quello che riguarda i criteri che hanno guidato la scelta dei venticinque titoli della lista principale, Lucadei si è concentrato solo su album di musica rock, escludendo quindi le contaminazioni nu-jazz, e che fossero incentrati sulla forma canzone, cosa che non gli ha permesso di includere quei gruppi che si dedicano esclusivamente o prevalentemente a composizioni di tipo strumentale. Anche tenendo conto di questi parametri, quello che rimane è un menu decisamente ricco e variegato. Accanto ad artisti che forse saranno noti al pubblico più o meno grande, come Bruce Springsteen, Nick Cave, Damon Albarn e Niccolò Fabi, troviamo nomi per certi versi più di nicchia come Vic Chesnutt, Big Thief e Band of Horses. Oltre al già citato Niccolò Fabi c’è anche un altro italiano, il Paolo Benvegnù di “Piccoli fragilissimi film”, alla cui memoria il libro peraltro è dedicato. A ognuno di questi dischi, Lucadei dedica una scheda dettagliata, concentrandosi non tanto sugli aspetti tecnici quanto su quelli emotivi. Non siamo qui di fronte a un saggio di musicologia, ma a un “flusso di impressioni, analisi, ricordi e vita vissuta fianco a fianco con quei musicisti che con la loro arte aiutano a decifrare la realtà o a immaginarne una migliore”. Un itinerario appassionato che ci ricorda, se solo ce ne fosse ancora bisogno, la forza della musica rock e la sua capacità di emozionarci e donare una luce nuova e diversa alle nostre giornate.