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Forse non morirò di giovedì

Forse non morirò di giovedì

Vercelli o giù di lì. Marzo 2019 o suppergiù. Il sincero superstizioso cinquantaseienne Antonio Sovesci, padre sindacalista e mamma bidella, occhiali e pizzetto, non laureato, gran fumatore, sofferente di colite, gran lettore (soprattutto di gialli), è da 13 anni e quattro mesi il giudizioso direttore del quotidiano locale, ormai fuori allenamento con l’altro amorevole sesso, del quale talora si fida troppo. La sua unica donna, la moglie Simona, se n’era andata nove anni prima, innamorata di un pianista jazz su navi da crociera, e da quand’è tornata lui non vuole più vederla. Si distrae spesso alla finestra della redazione, invaghito della nuova dirimpettaia, una maestra elementare carina sui quaranta che da pochi mesi vive sola e triste in un appartamento lì di fronte. È in attesa dell’intervista con la sua giovane lentigginosa ex giornalista Caterina, che ora lavora in una televisione e con la quale erano stati quasi per amarsi un po’, nonostante i ventiquattro anni di differenza. Al giornale poi lavorano tante donne, più o meno capaci e aitanti, lui è sempre sull’appassionato pezzo, resta solo e pensieroso, assorbito a tempo pieno dall’incarico. Quella notte a Parco Venezia pare che un gruppo di balordi abbia accerchiato, minacciato e pestato due omosessuali, le voci non sono certe, qualcuno vuole mettere a tacere la vicenda, forse erano solo un padre e un figlio, non si sa bene se e come scriverne, nasce un aspro conflitto in redazione e, di lì in avanti, emergono manovre e arrivismi connessi alla volontà del potente editore Domenico Maria Ricci di cambiare tutto. L’allenato amico maresciallo dei carabinieri Gaetano Manferti lo mette in guardia, ma ha anche lui i propri guai, sarà meglio che entrambi mettano qualche punto fermo (esclamativo)!...

Il bravo colto giornalista e scrittore (già operaio e portiere di notte) Remo Bassini (Cortona, 1956) fin da piccolo si è trasferito a Vercelli, pubblicando via via vari romanzi, un’esperienza letteraria sempre più orientata al genere noir meditabondo ed esistenziale. La nuova intensa interessante opera non è un vero e proprio giallo (anche se ci sono crimini e misfatti, depistaggi e indagini, pubbliche e private), piuttosto uno scandaglio interno e retrospettivo dell’amore per la professione giornalistica, aggiornato e amaro, con riflessi noir. La narrazione è in terza quasi fissa al presente sul protagonista, solo poche volte il flusso di pensieri affastellati e delle conseguenti azioni del direttore a fine mandato sono interrotti o dal testo dell’intervista che ha rilasciato a Caterina sul proprio lavoro (più frequentemente) o dallo spesso depresso Gaetano, alle sensibili prese con l’amante (pubblico ministero) e con il reattivo invadente amico (più raramente). Il mondo è tutto racchiuso nelle dinamiche di una benestante media provincia, pochissimi gli echi esterni. Il titolo richiama una delle superstizioni del protagonista, forgiato da vari brutti eventi accaduti di giovedì. In esergo il maggior rimpianto professionale di Sovesci, la poesia di uno scrittore maledetto, Ernesto Ragazzoni (Orta San Giulio, 1870 – Torino, 1920): “È finita. Il giornale è stampato, la rotativa s’affretta, me ne vado col bavero alzato, dietro il fumo della sigaretta”. Forse per lui potrebbe essere giunta l’ora della pensione, incombono i giornali online. Fra l’altro vivrebbe solo d’insalata russa e di uova fritte al tegamino. Oltre che ovviamente di Barolo, di Dolcetto e, ancor più, di Grignolino.