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Frammenti

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“Siamo un’infinità di incidenti di percorso, nostro e di qualcun altro”. Se avessimo coscienza e consapevolezza di questa verità spietata, forse saremmo capaci di guardare a noi stessi, alla nostra vita, alla nostra presenza nel mondo e tra gli altri con disincanto e senza presunzione. Non sarebbe necessariamente qualcosa di deprimente, vorrebbe dire semplicemente prendersi meno sul serio e, di conseguenza, anche soffrire meno; quanto meno, sapremmo che “Chi affronta la vita con disincanto si trova ad avere quasi sempre ragione”. Ad esempio potremmo riconoscere con maggior chiarezza l’adulazione, perché sapremmo che “Gli onori si fanno a coloro che non se li meritano”. In questo modo saremmo meno preoccupati di ricevere apprezzamenti, “Mai compiacersi ma dubitare, se non addirittura temere l’approvazione degli altri”. Sarebbe bene, anzi, riflettere su una cosa, che “Quando si hanno tanti estimatori, spesso si è sopravvalutati; quando non se ne hanno, siamo noi a sottovalutarci”. Si tratta di perdersi dietro pensieri superflui? D’altra parte al poeta è stato talvolta fatto notare, pensando di offenderlo, “Tu vivi per le cose che non servono”, facendogli, al contrario, uno dei complimenti più belli. No, invece, si tratta semplicemente di vivere da svegli, senza infingimenti: “Certe cose si notano solo da sveglio. C’è chi si sveglia e le vede, chi non si sveglia e continua a non vedere, infine, chi si sveglia e finge di dormire”…

Dopo le tre sillogi poetiche, incentrate in buona parte sul binomio parola/silenzio e sulla riflessione che nella poesia, forse, questo ossimoro trova la sua piena realizzazione, Marco Luppi abbandona – momentaneamente si spera – la sua felice voce poetica o, meglio, la traduce in una forma più vicina all’aforisma. In esergo, la dedica al silenzio è programmatica, quasi un avvertimento al lettore. Poi una citazione dell’amato Kafka, che invece suona ambigua nel suo parlare di ponti che non cessano mai di essere ponti. Sarà la stessa cosa per la parola? Nella sua inedita veste di aforista, Luppi appare più disilluso e amareggiato, più in relazione al suo essere uomo in mezzo agli altri, quindi membro della società, che sul versante strettamente personale. Parla di abitudine, di mediocrità, di senso di onnipotenza; allude al futuro in termini oscuri e al passato come nostalgia; dice di felicità che è tale soltanto se è inconsapevole o se coincide con la capacità di essere indifferenti alla percezione dello scorrere del tempo. Una diffusa amarezza – che non può che appartenere anche al lettore – quando l’autore riflette sulla quantità di parole inutili che si pronunciano anche in brevi conversazioni, nel tentativo, forse vano, di non essere fraintesi. Lo stesso amaro sapore che si accompagna a certi sguardi rivolti al passato, “Le peggiori conseguenze da pagare sono quelle per le decisioni che non abbiamo saputo prendere”, come inevitabili rimpianti che non si riesce a ignorare. A tratti emerge il “vecchio” poeta che torna, come in passato, a riflettere su quello che scrive, sul motivo e il bisogno che lo spinge a scrivere, sulla autenticità del proprio lavoro. Anche su questo fronte, ancora amara consapevolezza, “Scrivere: fuggire dall’orrore del convenzionale, in una vasta solitudine”. A proposito di temi che ricorrono dai libri precedenti, anche qui c’è spazio per l’ammirazione nei confronti del “dispotismo matematico arrogante e spudoratamente sublime” di Bach, parole che chi ama il grande compositore tedesco si rotola in bocca col piacere della piena condivisione, ammirato dalla precisione di colui le ha pensate e scritte. Per quello che riguarda il futuro, Luppi sembra avere prospettive non troppo positive, così come - sul piano più personale – sembra mostrare una certa durezza nei confronti delle figure genitoriali. E poi – un sentimento apparentemente strano per chi pubblica un libro – parole che svelano e accusano una certa mistificazione del libro quasi fosse un oggetto sacro e intoccabile, lì dove dovrebbe essere oggetto vivo, di cui cibarsi, da onorare consumandolo; forse un accenno ad un certo disagio nei confronti del rutilante e spesso ipocrita mondo editoriale? A volte compare una certa ironia, sempre amara, quasi sarcastica, che fa pensare agli aforismi di Ambrose Bierce. Nel complesso, questi pensieri sono note a piè pagina di quel libro che è la vita, a volte una vita squisitamente interiore, a volte in relazione agli altri. Aforismi sulla scrittura, sull’impossibilità del dire, di comunicare, spesso riguardo ai rapporti umani, talvolta sui vizi umani più frequenti – oggi come sempre – quali la vanità e la presunzione. Dal punto di vista stilistico, sembra quasi che Luppi con questo libriccino, rispetto ai precedenti, abbia sentito il bisogno di asciugare ulteriormente le parole, di scrivere ancora di più per sottrazione. Impossibile quindi un discorso fluido e articolato che necessiterebbe di troppi nessi, congiunzioni e altri orpelli: ecco allora questi frammenti essenziali, più razionali certamente rispetto ai versi, parole non meno sincere, forse più analitiche e disciplinate. Luppi si arrende alla limitatezza delle parole, quindi? Speriamo fortemente di no e, mentre lo apprezziamo anche in questa veste, più asciutta ma anche un po’ più “fredda”, auspichiamo un ritorno alla parola poetica, che - a parere di chi scrive - aderisce meglio alla sensibilità dell’autore.