A Freshwater c’è chi compone versi, chi passeggia rimuginando filosofia, chi si mette in posa, chi allestisce apparecchiature fotografiche, chi dipinge e chi attende che gli arrivino due bare resistenti alle termiti per potersi imbarcare finalmente per l’India. Sono il poeta Tennyson, la fotografa Julia Cameron col consorte filosofo Charles Cameron ed il pittore Watts. Tutti ruotano intorno ad una medesima musa ispiratrice delle rispettive discipline artistiche: Ellen Terry, moglie del pittore Watts nonché bellissima ed avvenente attrice di teatro. Il tempo degli amici scorre speculando con un po’ di civetteria e qualche abbaglio di noia intorno alle rispettive discipline e intorno alla Terry che deve prestare il fianco un po’ ai quadri e un po’ alle lastre da fotografia. Un tempo lieve e molle in attesa che i Cameron partano per il continente indiano di cui Charles si è innamorato e dove attende di passare l’ultimo tempo della sua vita riposando e passeggiando. Nulla turba il microcosmo in cui si trovano gli amici fino a quando da una nave sbarca John Craig, tenente della Marina. Il nuovo, l’intruso, non perderà troppo tempo ad accorgersi di Ellen, ad invaghirsene e di insidiarla spezzando l’incanto di Freshwater…

Breve, agile, questa è l’unica commedia scritta da Virginia Woolf in tutta la sua carriera di scrittrice. Nulla per cui apparentemente fare capriole di entusiasmo, nemmeno la Woolf è mai stata granché soddisfatta di questa sua opera ‒ lo diceva alla sorella, nelle lettere che le mandava. In effetti, pur rendendo merito al suo genio, Freshwater sta tutto, potremmo dire, dentro un barattolino di cipria. Se non ci fossero quelle due bare a spezzare con una ironia sottile tutta tipica della Woolf, a rendicontare un tempo che è limitato rispetto all’eternità del discettare su questioni inesperibili, tutto il resto della commedia vivacchierebbe in un piattume scarno di sorpresa. L’arrivo di Craig però diventa qualcosa in più di un banale colpo di scena, di un escamotage per resuscita una trama: è la provvidenza che dà brio ad una narrazione che fino ad allora si è specchiata viva e pura nell’estetica ed ha sbatacchiato senza direzione dentro un tedio ammorbante. Graig è più che una trovata narrativa: è lo smottamento tellurico che pregiudica uno status quo inerme e un po’ artificiale; porta materialità e carne laddove fino ad un momento prima c’erano solo speculazioni intellettuali sull’arte, la bellezza, la letteratura. È la scarica di adrenalina ‒ anche se non dura molto, giusto il necessario ‒ che rassicura sull’effettiva presenza di vita nel cerchio magico degli artisti, è il refolo di Realtà che manca a tutti gli altri, la materializzazione plastica di tutti i loro discorsi. Non è detto che questo non fosse l’intendimento stesso della Woolf. Se così fosse ‒ e ci ficcheremmo anche noi dentro una speculazione possibilista e potenzialmente infinita ‒ Freshwater sarebbe un colpo di genio, un capolavoro dello “show don’t tell” à la Flannery O’Connor.